Il monastero – che ha dato il nome alla località – fu un importante elemento per la storia religiosa ed economica di Aquileia. Dall’XI secolo, grazie alla presenza di numerose monache di origine tedesca, fu un centro di diffusione del rinnovamento ecclesiastico. L’insieme degli ampi possessi, fin dal tempo di Popone, ne fecero una delle maggiori realtà economiche dell’area, benché spesso nei documenti inviati dalle religiose al papa esse si lamentino delle ristrettezze finanziarie. Le immagini che ci restano non corrispondono alla realtà documentata dalle mappe settecentesche. Il monastero fu soppresso al tempo di Giuseppe II e passò in proprietà ad Antonio Cassis, detto Faraone a motivo della sua provenienza dall’Egitto. Costui negli anni Ottanta del secolo XVIII fece abbattere tutti i chiostri e mantenne solo la parte che divenne casa padronale. La chiesa, sconsacrata, fu allungata nella sua parte anteriore e divenne “follador” ovvero cantina. Per renderla adatta a questa funzione egli fece togliere la copertura antica e fece costruire al centro un muro longitudinale, detto in italiano “muro di spina” che sostenne il colmo del tetto e il nuovo edificio ebbe tre piani. Sono fatti ben noti.
Già nel 1895 si scoperse qui parte di un mosaico paleocristiano, che diede spunto al Maionica per eseguire un primo scavo, ma solo con gli scavi del Brusin del 1949 si poté stabilire che qui si trovava una basilica paleocristiana. Nel 1951 la famiglia Ritter cedette l’edificio allo Stato e cominciarono i lavori per la rimessa in luce della sua parte più antica. Uno dei primi interventi fu proprio l’abolizione del muro di spina. Si comprese allora che esso era stato costruito con materiale di risulta. Tra il materiale che lo costituiva vi erano ceramiche del Rinascimento, vetri romani e terrecotte del XVII-XVIII secolo. Quanto considerato di valore proveniente dalla sua demolizione fu una prima volta elencato e depositato nel magazzino della Soprintendenza per i Monumenti e le Gallerie, ma venne poi negli anni Sessanta trasportato in uno dei magazzini del museo archeologico di Aquileia, dopo di essere stato nuovamente inventariato.

La prima fase della basilica
Gli ultimi scavi hanno mostrato che nella sua prima fase, probabilmente databile nella prima metà del V secolo, la chiesa fu ricoperta da un pavimento musivo ed aveva un recinto presbiteriale delimitato da transenne. Poiché nel pavimento figurano nomi di donatori, di cui alcuni di origine orientale, si suppose che l’edificio fosse servito come sinagoga. L’ipotesi non viene più accolta. Non fu subito chiaro che le “vasche” nell’atrio erano in realtà tombe e inizialmente furono intese come apprestamenti per la lavanda dei piedi. Talora la chiesa viene definita “cimiteriale” ma all’intorno non vi è alcun cimitero.

La seconda fase della basilica.
Alla fine del V – inizio del VI secolo oppure, come crediamo, intorno alla metà del VI secolo, dopo la fine della seconda guerra gotica, i Bizantini intervennero su questa e su altre chiese aquileiesi. E’ di quell’epoca il nuovo pavimento musivo, più alto di 40 cm, della parte orientale. In esso vi era il vero e proprio presbiterio mentre la maggior parte dello spazio era lasciata libera, forse per un coro monastico. I documenti ci parlano di un edificio conventuale esistente al tempo di Carlo Magno e soprattutto in quello di Popone (prima metà XI secolo), ma non per epoche così antiche. Nondimeno la chiesa di Monastero è l’unica che abbia uno spazio così ampio intorno all’altare, apparentemente non praticabile da parte dei fedeli. Le parti di mosaico relative a questa seconda fase sono state appoggiate al muro di fondo, mentre pochi lacerti sono stati lasciati in loco presso la parete settentrionale.

Esistono ancora altri elementi che portano a una datazione all’età bizantina della seconda fase.
Tra questi figura una decina di capitelli che lo stesso Tagliaferri giudica di impronta bizantina datandoli verso la metà del VI secolo. Come è stato scritto “allo stato attuale sono pochissimi i materiali di VI secolo di Aquileia. Si tratta probabilmente di un’impressione frutto della carenza di indagine più che di una realtà”. Di grande interesse il fatto che questi capitelli, come ha messo in evidenza Yuri Marano, trovino confronti con la basilica di Concordia nella sua fase di VI secolo. A Concordia, dunque si trova un capitello simile, a “foglie lanceolate” con doppia coroncina che lo separa dalla colonnina a sua volta conclusa prima della base da altra serie di modanature piatte. Esistono alcune differenze, però non rilevanti. Così ad Aquileia vi è una sola fascia appiattita, mentre a Concordia vi è nella parte superiore una coroncina rigonfia seguita da una fascia piatta inferiore, mentre alla base vi sono tre fasce di diverso aggetto.  Con tutta evidenza si tratta di varianti di un medesimo schema. A Concordia il capitello è lungo poco meno di un sesto dell’intera colonnina, il che significa che, se le proporzioni sono uguali, l’insieme capitello-colonnina-base ad Aquileia doveva essere di circa 2 m e 30 cm. La Croce Da Villa ha accostato il capitello di Concordia ad altro da una fronte d’altare ora al Museo arcivescovile di Ravenna, ugualmente datato al VI secolo. Capitelli del genere potevano sostenere la mensa d’altare o anche formare, sopra le transenne di pietra, il recinto del presbiterio.
Siamo dunque certi che almeno alcuni di questi capitelli vennero impiegati alla fine del Settecento nel muro di spina: è probabile che la loro originaria destinazione fosse la fase di VI secolo della stessa basilica.
Sembrano avere la medesima origine alcuni pezzi molto interessanti, dallo stesso Tagliaferri pressoché trascurati.  Un frammento di lastra che misura cm 58 x 19 dovrebbe corrispondere a quello  che nell’inventario porta il n. 59.549 (con misure rilevate di cm 58,5 x 18,5). Tagliaferri scrive che „sono visibili elementi geometrici confusi, forse una serie di nastri e un cerchietto con bottone centrale“ e propone una datazione all’VIII-IX secolo. La sua decorazione  molto semplice  presenta il motivo dei rombi concentrici, con al centro presumibilmente una croce entro un fiorone.   Dalla ricostruzione grafica che qui si presenta si vede bene come la lastra in origine doveva misurare circa 60 di larghezza e un metro o poco più di altezza. Due di queste lastre affiancate raggiungevano la larghezza di circa m 1,20 che è quella che noi troviamo sui lati minori, al centro, della recinzione della seconda fase della basilica di Monastero. I rombi sono molto comuni nel VI secolo e possono essere disposti verticalmente, orizzontalmente o essere al centro di una lastra quadrata. Il confronto più vicino è ancora una volta con  Concordia, dove troviamo una lastra con due rombi posti orizzontalmente, con vari animali agli angoli.  Ciò permette  di riconoscere come parte di un animale quanto  si vede nel triangolo rimasto della lastra aquileiese: forse  della coda di un pesce, figurazione del tutto consona con una destinazione sacra. Pesci sono raffigurati anche nella decorazione architettonica delle chiese del VI secolo, ad esempio a San Vincenzo al Volturno.
Si può accostare come confronto uno dei due frammenti gradesi che, rinvenuti in giacitura secondaria e pertanto fuori opera, sono comunemente ritenuti pertinenti alla vicina chiesa di S. Giovanni Evangelista attribuita al tempo del vescovo Macedonio. Vi è qui una doppia ipotesi, relativa alla provenienza (possibile) e alla datazione (probabile) della lastra. La data dell’episcopato di  Macedonio è molto discussa, comunque si aggira intorno al decennio centrale del VI secolo. Va ricordato che questi fu vescovo di Aquileia quando non era ancora in atto la divisione amministrativa (e religiosa) tra Aquileia e Grado, sicché è da ritenere che tra le due città vi fosse comunanza di intenti e di gusti. Il rilievo gradese ha dei riempimenti triangolari agli angoli.  La resa, alquanto massiccia, non è tuttavia  ignota in altri rilievi bizantini, come si vede dal confronto con  rilievi delle  basiliche A e  B di Nikopolis, A di Amfipoli, A di Nea Anchiale, A di Filippi e via dicendo. Sarebbe  troppo lungo un elenco delle chiese in cui le lastre con questo motivo sono presenti. Spiccano anche per il loro forte valore simbolico, oltre che per la precisione cronologica,  i rilievi della così detta Loggia dell’imperatrice nel matroneo della chiesa di Santa Sofia. Tra gli altri confronti possibili ricordiamo una lastra del Bode Museum di Berlino e altra del Museo bizantino di Atene.
Nel pavimento musivo della prima fase e della seconda della stessa basilica di Monastero, la losanga – o il rombo –  è ben presente in diverse combinazioni. I capitelli e le lastre con il motivo a rombi potevano appartenere ad una recinzione presbiteriale della chiesa di Monastero.  Nel VI secolo ovvero in età bizantina motivi comuni circolavano tra Aquileia e Iulia Concordia, come del resto avveniva anche nei secoli precedenti. La lastra della chiesa di Monastero, con rombi concentrici e animali potrebbe datarsi entro il secondo quarto del VI secolo e comunque prima della venuta dei Longobardi, ovvero quando maggiore era l’interesse dell’impero d’oriente verso Aquileia, al punto da promuovere più o meno in quel torno di tempo la gigantesca costruzione delle mura a zigzag.
Di per sé, nondimeno, la lastra con rombi concentrici potrebbe appartenere ad una delle due recinzioni documentate archeologicamente, ovvero sia alla prima che alla seconda fase della basilica.
Nella seconda fase  la parte orientale del pavimento della chiesa dunque fu sopraelevata, di circa 40 cm.  La differenza di quota equivale ai due gradini, che  nelle piante settentesche compaiono prima della porta che metteva in comunicazione la chiesa inferiore con lo spazio del coro inferiore. Nella ricostruzione delle fasi della chiesa di Monastero il mosaico della seconda fase viene fatto terminare poco prima del muro trasversale.
Le transenne avevano dei pilastrini  di sostegno. Ve ne sono alcuni in varie collocazioni, ad esempio nel Museo archeologico, ma anche presso case private, come a Terzo di Aquileia. La località fece parte dei possessi del monastero e quindi passò in quelli dei Cassis e ancora, dalla metà dell’Ottocento, dei Ritter per cui una origine da Monastero è molto probabile, ancorché indimostrabile. Nelle fondazioni della parte occidentale delle mura a zigzag si trova uno di questi pilastrini, frammentato probabilmente in corso d’opera. Potrebbe essere stato un elemento architettonico scartato riutilizzato ma potrebbe anche provenire dal cantiere, contemporaneo, della chiesa di monastero o di altro edificio ecclesiastico aquileiese.
Per ragioni stratigrafiche oltre che stilistiche i capitelli rinvenuti da Luisa Bertacchi si datano alla seconda fase ovvero a un periodo anteriore alla trasformazione dell’edificio intervenuta in età popponiana, più precisamente nel secondo quarto dell‘ XI secolo. La loro datazione al VI secolo appare molto probabile.

La  fase carolingia
Il muro di spina che abbiamo già ricordato conteneva una grande quantità di frammenti decorati di età carolingia. Alcuni di questi formavano un ciborio, altri erano parte di altre transenne, con i relativi pilastrini. Non sono stati trovati, finora, elementi architettonici quali capitelli o altro attribuibili ad una ricostruzione dell’edificio, che tra l’altro conserva i muri perimetrali del periodo paleocristiano. É da ritenere, quindi che solo l’arredo interno sia stato allora rinnovato. Luisa Bertacchi invece, nel 1980 proposte di attribuire a questo periodo la  terza fase dell’edificio.

La trasformazione popponiana
Comunemente si fa risalire la nascita del monastero femminile benedettino di Aquileia ad una famosa donazione da parte del patriarca Popone, datata al 1041. Reinhart Haertel si è a lungo occupato dei documenti relativi al monastero di Aquileia, arrivando a datare con maggior precisione gli „abbellimenti“ e le aggiunte, fino a vere e proprie falsificazioni. Rimane nondimeno indubbia l’importanza del periodo popponiano ed in particolare del secondo quarto dell’XI secolo per l’istituzione monastica e conseguentemente per la sua chiesa che ebbe un sostanziale rifacimento, in parte forse sul modello della basilica maggiore. Luisa Bertacchi nella sua descrizione della terza fase dell’edificio ha ben messo in evidenza i principali cambiamenti che inclusero una nuova pavimentazione, in lastre di pietra, l’erezione di un nuovo colonnato ed anche l’articolazione in tre  navate  separate da arcate, con un tetto a capanna, distinto per la navata centrale e per quelle laterali. Si aggiunse allora una ulteriore sopraelevazione della parte absidale e di quella antistante di cui nulla è stato visto negli scavi a motivo della sua quota troppo elevata. Nella ricostruzione proposta da Giuseppe Franceschin l’altezza delle colonne non è identica, poiché nel coro inferiore esse sono ridotte per il tratto corrispondente ai due gradini e infine nel coro superiore esse appaiono più corte ancora per lo spazio equivalente ad altri sei gradini. Secondo una tale disposizione  la coppia di (semi?)colonne presso il muro orientale e quella posta nel presbiterio sarebbero state più corte di  un metro e sessanta ovvero all’incirca di un passo veneto, corrispondenti alla somma della quota del coro inferiore e del presbiterio. Le tre coppie del coro inferiore sarebbero state più corte di 40 cm, pari alla quota di pavimento. Quelle della navata erano alte due passi e 3 piedi, pari m 5,56, comprese base e capitello (come indica la pianta settecentesca), quelle intermedie, dunque, m 5,16, circa, pari a quindici piedi ovvero tre passi e infine quelle nella parte più elevata erano alte solo dodici piedi ovvero  m. 4 e poco più.
Due capitelli sono stati riconosciuti da Giampaolo Trevisan tra quelli posti in opera nel 1915 nel nuovo accesso al museo archeologico. Altri due si trovano non lontano dalla chiesa di Monastero, nel piazzale antistante il ristorante La capannina. Essi sono ancora collocati sopra due colonne, certo già in uso nella fase popponiana dell’edificio. Altri due si trovano presso l’ingresso della casa Ritter, ricavato da un’ala del monastero stesso. Altri due, infine, in seguito a vicende di cui  si dirà, si trovano nel castello di Cassacco. Dei 24 capitelli (tra cui quattro semicapitelli in quanto addossati alle pareti di fondo) ipotizzabili dalle piante e dagli scavi, ne rimarrebbero dunque solo otto, ovvero un terzo dell’originale. Nel complesso vi erano non solo due varianti, come ipotizzato da Trevisan, ma ben tre: ciò significa che le squadre di scultori impiegate per la decorazione architettonica erano in maggior numero e impiegarono modelli differenti. I capitelli hanno misure diverse in altezza e larghezza.  Si dovrebbe pensare che quelli più piccoli fosse posti sopra colonne più corte. La coppia di Cassacco è quella che ha dimensioni minori ed è  l’unica, per quanto ne sappiamo,  che ha base ottagonale anziché circolare. Questo fa pensare che fossero disposte su colonne parimenti ottagonali. Forse queste erano in corrispondenza del muro trasversale costruito dopo il concilio di Trento.
Dalle mappe settecentesche risulta che la chiesa aveva il coro inferiore verso est più alto di due gradini rispetto alla navata. Questa stessa disposizione riprendeva quella più antica della prima metà del VI secolo.  Il coro inferiore,  nel XVIII secolo, era dotato „di una quarantina di stalli lignei artisticamente lavorati, di leggii e di un organo a canne“. A oriente di questo si trovava il coro superiore a cui si accedeva con una gradinata di sei scalini, quindi il suo pavimento era più alto di oltre un metro rispetto al coro inferiore : ciò spiega perché gli scavi non ne abbiano trovato traccia.
Esisteva poi un terzo coro, posto al primo piano sopra la navata centrale. Esso comunicava con la parte della chiesa riservata alla clausura mediante due finestre con grata. Nella sua parte orientale poggiava sul muro trasversale.
Nella fase popponiana il nartece era assolutamente fuori posto e quindi la riproposizione di esso nella terza fase ipotizzata dalla Bertacchi non appare condivisibile.

Gli interventi cinquecenteschi
Tra i pezzi che componevano il muro di spina sono espressamente ricordati stipiti di finestre o porte: essi appartenevano alle aperture  del muro trasversale, delle quali ci parlano i documenti. Le sue fondazioni furono indagate con cura da Luisa Bertacchi nei primi anni Sessanta e si dimostrarono costruite in rottura dei piani precedenti, inoltre ad est il pavimento in fase con esso era di cocciopesto. Oggi sappiamo che il muro fu costruito per adempiere alle prescrizioni del concilio di Trento  che imponevano di separare nelle chiese aperte al pubblico la parte destinata alla clausura delle religiose da quella frequentata dalla popolazione locale. Infatti proprio nella sua ultima sessione, del 1563, il Concilio di Trento stabilì di riadottare le prescrizioni già contenute nel decreto Periculoso che Bonifacio VIII aveva emesso nel 1298 per estendere a tutti gli ordini monastici le prescizioni che già le Clarisse avevano adottato mezzo secolo prima. Secondo le precise disposizioni del concilio, dunque, si faceva obbligo ai vescovi di assicurare la clausura attiva e passiva delle istituzioni nelle loro diocesi. Le disposizioni del concilio furono accolte  con riserve nella pars imperii del patriarcato di Aquileia, ma per quanto riguarda la chiesa furono messe in pratica. L’elaborazione delle mappe settecentesche ci restituisce l’ultimo aspetto della chiesa, in cui il muro trasversale è costituito di due parti accostate, con una apertura al centro, cui si accedeva da un gradino che la metteva in comunicazione con la parte occidentale, a un livello inferiore. La porta, si è detto, doveva restare solitamente chiusa. A ovest di questa la rimanente parte dell’edificio ecclesiastico di età popponiana era riservata agli abitanti del borgo. Aveva un proprio altar maggiore con un crocifisso e tramite una scala addossata alla parete settentrionale consentiva l’accesso alla sacristia superiore.
Sembra dunque che  lo stesso muro di spina fosse fabbricato anche con il materiale di risulta dalla demolizione del muro trasversale cinquecentesco. Esso non doveva inglobare materiale di altre parti allora demolite del complesso monastico, ma conteneva quasi esclusivamente frammenti risultanti dall’abbattimento delle strutture all’interno della chiesa.
La costruzione del muro  dovette incidere in misura notevole nell’edificio. Esso venne costruito in corrispondenza della  quarta fila di colonne, a partire dall‘abside. Queste colonne vennero pertanto smontate (o inglobate nella sua costruzione?) e i loro capitelli furono asportati. Tra i canonici della cattedrale di Aquileia  vi era allora Giacomo di Montegnacco, divenuto canonico nel febbraio del 1563 e morto nel 1572. Altro canonico fu anche suo fratello Mario. L’uno o l’altro forse pensarono bene di acquisire i due capitelli eliminati, che furono portati nel  castello di Cassacco, ove ancora oggi si trovano, per incrementare la piccola ma significativa collezione di antichità già avviata, probabilmente, dal  padre.
La storia della chiesa di Monastero è legata specialmente alle sue due fasi di età paleocristiana ben rappresentate dai due diversi pavimenti musivi. Per le età posteriori non hanno avuto una organica trattazione né i numerosi elementi di età carolingia – la maggior parte dei quali proviene dal medesimo muro di spina – né quelli popponiani (salvo i capitelli)  e neppure quelli propriamente gotici – cui appartengono un affresco trecentesco che decorava la tamponatura di una porta sul lato settentrionale (visibile presso l’ingresso del msueo) e l‘Annunciazione in pietra ora spostata nella cappella del Santissimo della Basilica maggiore, né, ancora, quelli rinascimentale cui appartenevano la statua lignea ora nella chiesa di S. Antonio in via Roma e  l’altar maggiore  poi venduto alla fine del Settecento.
Al tempo di Popone fu realizzato anche un lastricato in pietra, sopra il mosaico paleocristiano. Probabilmente, come nella basilica, di Aquileia, la fascia centrale (sotto il successivo muro di spina) dovette contenere tombe. Tra queste vi era certo quella della badessa Adaleita (= Adelaide) di Ragogna morta di peste, come dice il testo della lapide funeraria, nel 1282. La lapide ora è scomparsa ma ne rimane la trascrizione di Gian domenico Bertoli, che la vide nella prima metà del settecento. Essa ci offre un raro documento di una pestilenza, altrimenti ignota, in Aquileia.

Interventi bizantini in altre chiese di Aquileia
Le vicende della chiesa di Monastero su cui ci siamo soffermati rendono evidente che vi fu in essa un forte intervento probabilmente di età bizantina, più comprensibile nel secondo quarto del VI secolo, quindi dopo le vittorie conseguite nelle guerre gotiche, che in precedenza. Esso non fu certo il solo. Nel periodo di poco più di un secolo in cui i Bizantini occuparono Leptis Magna (= dal 533 al 642), forse già fortemente decaduta all’inizio del VII secolo, essi costruirono numerose chiese. É pensabile che la medesima politica sia stata adottata anche in Aquileia e del resto ne abbiamo la riprova negli edifici ecclesiastici costruiti prima e dopo la venuta dei Longobardi a Grado e nella sua laguna.  É solo ipotetica una fase bizantina nella chiesa di S. Giovanni in Foro, nel cui nartece si trovava la famosa tomba di Clarissa con iscrizione musiva.
Interventi di fine V o inizio VI sono documentati nella chiesa di S. Felice  da un interessante capitello a imposta che alla fine del Settecento fu trasportato a Trivignano, ove si trova nel giardino della villa de Pace.
Alla chiesa della Beligna – ovvero posta sull’alto di Beligna a circa due chilometri a sud di Aquileia, – appartenne un pluteo intero con motivo e misure squisitamente bizantino che nel corso del XIX secolo fu portato nel giardino-antiquario di Buttrio di proprietà del conte di Toppo. Esso è ben noto e non meriterebbe parlarne se non per ricordare che esso costituisce una prova non solo dell’esistenza in quel luogo di una chiesa anche in età bizantina, ma di un suo almeno parziale rinnovo in quel periodo.
Lo stesso si può dire dell’altra basilica spesso confusa con quella della Beligna, ovvero la basilica del Fondo Tullio, circa un chilometro più a nord, ma dall’altro lato della strada. Da essa proviene un frammento di pluteo di identico disegno che molti anni fa pubblicai. Anch’essa, dunque, era in uso almeno fino alla metà del VI secolo o poco dopo ed ebbe qualche abbellimento nella parte presbiteriale in quel tempo. In questi casi si tratta di frammenti modesti, tali tuttavia da suggerire che l’interesse dei bizantini per il rinnovo dell’arredo ecclesiastico si sia esteso anche alla chiese extraurbane di Aquileia e forse anche di altre città.

Il museo paleocristiano
Nel 1961 nello spazio rinnovato e restaurato fu aperto il museo paleocristiano di Aquileia. La prima parte, al pianterreno, contiene alcuni rilievi, la ricostruzione di una transenna altomedievale. Compare qui anche il mosaico di una domus privata in cui si vede un uccello entro una gabbia. Esso fu interpretato come alllusione all’anima imprigionata nel corpo. Al centro di uno spazio absidato si trova una mensa che venne interpretata come altare: il tutto sarebbe prova di una sorta di cappella privata. Oggi queste idee non vengono più accolte e il mosaico è invece inteso come normale abbellimento di una abitazione di pregio. Parimenti l’inferriata che compare presso la porta, ritenuta di età altomedievale, è una normalissima inferriata di età imperiale, come ve ne sono in varie parti dell’impero romano.
Il piano superiore presenta altri rilievi e mosaici. Tra questi spiccano le due metà del deambulatorium della basilica del Fondo Tullio, nei cui tondi centrali dovevano figurare i santi cui la chiesa era dedficata (forse gli apostoli Pietro e Paolo?).
Appese alle pareti vi sono molte iscrizioni paleocristiane di Aquileia, pressoché del tutto assenti nel resto del territorio. Esse formano un corpus di grandissima rilevanza. Alcune di queste sono particolarmente interessanti e per i disegni che le ornano e per il loro contenuto come quella relativa a Restutus, il quale giunse dall’Africa e venne amichevolmente accolto dagli Aquileiesi, tra i quali trovò la morte.

Autore: Maurizio Buora

Periodo Storico: Alto Medioevo
Localizzazione Geografica