L’elemento che ha fatto interpretare un edificio del fondo Comelli come possibile chiesa paleocristiana è la presenza di un’abside entro cui si rinvenne un notissimo frammento di terra sigillata africana (fig. 1) [1].

Fig. 1. Frammento di piatto di terra sigillata africana con la raffigurazione del miracolo del paralitico (da Cuscito 1980).

Nel 1990 Luisa Bertacchi sostanziamente confermava l’ipotesi, sulla quale poi è ritornata più volte. Peraltro è mancato finora uno studio approfondito dei (pochi) resti architettonici. Già nel 1990 la stessa Bertacchi, pubblicando un suo schizzo dello scavo si lamentava dell’assenza del rilievo che avrebbe dovuto essere opera dell’assistente Benvegnù[2]. I rilievi da lei pubblicati nel 1995 (fig. 2) e nel 2003 sono un po’ diversi. Quanto si vede oggi merita di essere commentato.

L’abside ha nella parte inferiore tre archetti con ghiera di mattoni, di cui si conservano quello occidentale e metà di quello centrale (fig. 3). Presumibilmente queste aperture, munite forse di finestre, appartenevano a un vano seminterrato sopra cui la parte absidale era sopraelevata. Ciò corrisponde a un elemento tipico delle case di lusso del periodo tardoantico e nella stessa Aquileia ha numerosi esempi, forse per accogliere il divano semicircolare (stibadium) in cui erano fatti accomodare gli ospiti e la cui invenzione viene fatta risalire all’imperatore Elagabalo.

L’abside, costruita in blocchetti di pietra, irregolari, ha uno spessore di m 0,65-0,75 ed è stata addossata in un secondo tempo ai muri, larghi circa un metro (fig. 4), di un edificio di cui restano solo alcuni angoli. Quanto rimane è sufficiente per individuare una stanza centrale lunga m 7,35, ovvero 25 piedi romani. Ai lati di questa esistevano altri due vani, delle medesima lunghezza.

Fig. 2 Pianta dell’edificio (da Bertacchi 1995)

 

Fig. 3. Veduta da sud dell’abside (foto Buora 2011).

Se ne ricava che al triclino di un edificio più antico, forse esistente ancora nel II sec. d. C. venne aggiunta, forse nel III o al più tardi nel IV secolo d. C., un’abside.

La parte orientale fu quasi totalmente distrutta al tempo della costruzione delle mura a zigzag. Non sappiamo se una seconda serie di vani, verso sud, si collegasse all’ angolo sudoccidentale (fig. 5).

Fig. 4. Incrocio di muri, sul fondo l’anside, più sottile (foto Buora 2011).

Fig. 5 Incrocio di muri sull’angolo sudoccidentale, visto da nord (foto Buora 2011).

Sul muro orientale, dinanzi all’attacco dell’abside, rimane il basamento quadrato (lato cm 56) di un pilastro. Esso doveva sostenere l’arcone che collegava l’abside con questo vano (fig. 6). Lo spiccato si trova, alla base, a una quota elevata sull’attuale piano di campagna. Ciò significa che il livello di età tardoantica qui era più alto.

 

Fig. 6. Basamento del pilastro orientale dell’arcone che incorniciava l’abside (foto Buora 2011). In secondo piano parte del triangolo delle mura a zigzag che più a est sormonta il muro della casa.

Dell’edificio, che dobbiamo dunque interpretare come residenza signorile usata anche in età tardoantica, rimane ben poco. Sono stati completamente asportati i pavimenti, manca l’intonaco, forse affrescato e via dicendo. La pianta e le dimensioni dello spazio centrale, che interpretiamo come triclinio, corrispondono appieno alla pianta della casa meridionale del fondo C.A.L. (fig. 7).

Essa aveva una superficie di poco superiore ai 200 metri quadrati, una misura che forse poteva valere anche per il nostro edificio. Non pare qui che l’abside fosse inglobata in un altro spazio abitativo: quindi essa fu aggiunta evidentemente in un’area libera, perché dietro l’abside si trova un altro muro che limitava certo l’area eventualmente edificabile. Il livello attuale del terreno corrisponde a una quota inferiore a quelle dei pavimenti originari.

Di grandissimo interesse il fatto che entro l’abside sia stato rinvenuto un piatto, certo pregiato, di chiaro soggetto cristiano. Ciò indica che la famiglia che abitava questa casa era cristiana.

Fig. 7 Piante di case private di età tardoantica. In alto a sinistra la casa meridionale del fondo C.A.L. (da Ghedini, Bueno, Novello 2009)

Non sorprende per nulla, a quest’epoca, l’esibizione di simboli cristiani nell’arredo domestico. Il tipo di piatto porta a una datazione agli ultimi decenni del IV secolo, ovvero a un periodo in cui il cristianesimo era ormai divenuto religione ufficiale dello stato romano. Rispetto al vasellame in metallo prezioso era certo un prodotto di minor pregio, ma comunque non banale se non altro perché tra l’enorme massa di vasellame proveniente dalle officine della Tunisia questo doveva distinguersi per la sua decorazione.

L’orientamento dell’edificio, spostato di — gradi verso NE, non segue affatto quello della centuriazione classica di Aquileia né pare in alcun modo in relazione con la prosecuzione del decumano di Aratria Galla, da cui peraltro era separato forse da un altro portico, di cui rimangono due muri paralleli, che si sovrappongono a strutture più antiche. Di particolare interesse la sua vicinanza planimetrica con la casa meridionale del fondo C.A.L., che dista circa 400 metri in linea d’aria. Essa tuttavia aveva l’abside sporgente collocato a ridotto di un asse stradale che correva in senso NS.

Dobbiamo rilevare che l’ubicazione della casa di fatto viene a sovrapporsi all’ipotizzato limite esterno del teatro, di cui non vi è alcuna traccia in questo punto. Dal confronto con altre situazioni, vediamo come a ridosso del teatro potessero esistere anche edifici privati, ove non ci fossero accessi alla cavea.

Per la costruzione delle mura del VI secolo possiamo osservare che qui come anche nel limite occidentale per un criterio di economicità venne asportata solo la parte delle murature precedenti che coincideva col tracciato delle mura stesse: quindi rimasero al loro posto almeno la parte inferiore occidentale dell’abside e dei muri occidentali, mentre una fondazione verso est fu sormontata e inglobata nelle fondazioni del muro a salienti triangolari. Nulla di simile si osserva più a est per un edificio di grandi dimensioni come sarebbe dovuto essere il teatro.

Autore: Maurizio Buora, mbuora@libero.it


[1] M. Buora, Sul “miracolo del paralitico” nella ceramica africana. a proposito di un frammento aquileiese, “Aquileia chiama” 32, dicembre 1985, pp. 8 – 10; L. Bertacchi 1990 a.

[2] L. Bertacchi 1990 b, c.

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