Partendo dalla Pieve di Santa Maria Assunta e proseguendo sulla stradina che si infossa tra i colli, portando poi al castello di Arcano, si percorre un tracciato che ricalca in parte la antica strada romana che da Concordia, via Codroipo conduceva alla strada per il Norico, congiungendosi nella mitica e mai esattamente localizzata località di “Ad Silanos”.
Si passa davanti al sito di Casali Lini, sede di ritrovamenti notevoli di bronzetti e monete e si arriva all’altezza del complesso di “La Brunelde”, sulla destra  un chilometro più avanti.

Il fortilizio, sorto su preesistenze preromane (IV-III sec. a.C) è ubicato appunto lungo la strada che collegava Concordia all’importante snodo commerciale di Ad Silanos, è citato già nel 1208 in un elenco di beni feudali dei conti d’Arcano, marescalchi e confalonieri del patriarca d’Aquileia, fino al XV secolo denominati ‘de Tricano’ per i tre cani neri presenti nello stemma.
L’originaria casa-torre duecentesca (il cui piano terreno corrisponde all’attuale cucina ‘vecchia’) già nel Trecento venne ampliata diventando una dimora protetta da recinti murati, palizzate lignee e, a occidente, da un largo fossato, introdotta da un’ampia corte d’onore dotata di pozzo e di cisterna. Tra il 1498 e il 1518 il complesso fu ulteriormente ampliato da Giovanni Nicolò d’Arcano, che lo volle destinato al riposo e alla caccia. La domus magna tricanea – così fin dal XIV secolo viene denominato l’edificio signorile – è tuttora abitata dalla famiglia originaria che, dopo un periodo di abbandono, successivamente ad un restauro iniziato nei primi anni ’80, l’ha eletta a sua residenza principale: ottocento anni di storia le cui tracce sono spesso sopravvissute e permettono al visitatore un vero e proprio ‘tuffo’ a ritroso nel tempo.

I numerosi rinvenimenti susseguitisi da oltre cinque secoli – fra questi il frammento di ara funeraria di Castricia figlia di Lucio del I sec. d.C. tuttora conservato all’interno della Brunelde, il miliare ora al castello di Colloredo, la piccola divinità vista da Girolamo Asquini nel 1781, i bronzetti rivenuti negli anni ottanta del Novecento e ora conservati presso il Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli – sanciscono la lunga frequentazione del sito da parte dell’uomo. Nei pressi, infatti, correva l’importante strada che da Concordia conduceva al Norico, ‘inaugurata’ nel 2 a.C. e restaurata tra il 294 ed il 305 d.C. Infatti, il miliare ritrovato porta l’indicazione di «XIIII» miglia da Concordia ed in una mappa del «Loco dito de la Brunelde» risalente al 1520-28 la strada che scende dalla pieve è detta «Strada de le piere» mentre l’appezzameno prospiciente il ‘giardino alto’ del complesso dominicale – ove è quasi certa la presenza di una necropoli – è definito come «prado de le piere»: è facile pensare  che nel XVI secolo ancora si potessero vedere i resti del lastricato della via galerata e del sepolcreto. La presenza di questa strada, importante sia militarmente che commercialmente, l’esistenza della necropoli, di un luogo di culto e dell’acqua – essendo la zona lambita dal torrente Lini – lascia supporre la presenza di una villa rustica con gli annessi e ciò è ulteriormente confermato dal gran numero di laterizî (compresi i grandi mattoni e gli elementi per colonna) e di alcuni lacerti di murature visibili all’interno della casaforte, per l’esattezza nel basamento della scala in pietra trecentesca che chiude il piccolo corpo di guardia dell’ingresso.

Il nucleo originario medievale della dimora è la torre duecentesca, ubicata dove ancor oggi al piano terra  si trova la cucina realizzata nel XV-XVI secolo, giacché è questo l’unico vano della casa ad avere mura maestre in tutti quattro i lati che proseguono fin nei piani superiori;  più esattamente doveva trattarsi di una  casa-torre, visto la superficie in pianta piuttosto ampia (circa 6×7 m) e l’altezza probabilmente non molto sviluppata. L’accesso avveniva attraverso una pusterla aperta al secondo livello tuttora visibile nel versante occidentale. Un recinto rettangolare – sorto verosimilmente sulle vestigia d’epoca romana – cingeva la torre con altri edifici di servizio quali una stalla e una canipa.
Nella seconda metà del XIV secolo, la torre viene scapezzata e conglobata nella «domus magna tricanea» (la ‘casa grande dei Tricano’, la residenza signorile), con al terzo livello un unico vasto ambiente – la «salla magna» – destinato ai momenti ‘ufficiali’ della famiglia e con le pareti dipinte a scacchi bianchi e rossi (in gran parte ancora visibili), chiaro richiamo allo stemma degli Arcano. Il settore nuovo orientale, invece, era occupato da ambienti con destinazione rustica, secondo una rigida divisione – che sarà poi rispettata anche nella ‘revisione’ rinascimentale – rispetto agli àmbiti più propriamente residenziali: al pian terreno la canipa grande nuova («canevon novo»), con sopra un ambiente di deposito e di allogamento della servitù e ancora più su il granaio («stanzion per li servi et robbe de sora il canevon novo con suso il granaro»). All’estremità orientale la vecchia canipa grande, ugualmente con sopra il granaio che in caso di brutto tempo serviva all’amministrazione della giustizia («canevon vechio con suso il granaro»).
Come ulteriori difese vi erano la «corte de drento» (corrispondente all’attuale corte d’onore), protetta a occidente da un largo fossato alimentato dal torrente Lini, nel XVI secolo colmato e trasformato in ‘giardino di frutta’ («pomario»), e la «cortisela de fora», poi trasformata nel ‘giardino alto’. Numerose feritoie aperte sui diversi versanti e livelli rendeva la Brunelde un piccolo ma munito fortilizio.
Verso la fine del Quattrocento l’antico fortilizio viene coinvolto dalla nuova tendenza che – proveniente dai più aggiornati centri della penisola e favorita in particolare dalla nobiltà cittadina e dall’alta borghesia – porterà al sorgere di numerose dimore extraurbane. Nella seconda metà del XV secolo anche il Friuli vide la nascita di tali realtà,  volute e pensate espressamente come residenze ubicate in luoghi ameni, favorevoli alla caccia e con la possibilità di realizzarvi giardini, articolate in spazî interni comodi e luminosi e soprattutto attenti a quelle che erano ormai le nuove esigenze abitative rinascimentali. In questa temperie e con queste finalità, la casaforte degli Arcano fu oggetto di interventi che portarono all’edificazione di due grandi blocchi a ponente e a levante della domus trecentesca, continuando sulle murature perimetrali a est e a ovest dell’edificio e portando quasi  a triplicare la volumetria di partenza. Anche in questo caso venne rigorosamente rispettata la divisione tra ambienti signorili di natura residenziale (blocco a ponente) e quelli di natura meramente agricola (blocco a levante). La documentazione d’archivio concernente i lavori si concentra soprattutto negli anni 1498-1504 e 1512-1518; committente fu Giovanni Nicolò d’Arcano († 1522). La ripresa dei lavori nel 1512, dopo una pausa di ben otto anni, è da mettere in relazione forse con possibili guasti causati dei ben noti disordini fra strumieri e zambarlani del febbraio 1511 o per il quasi coevo passaggio delle truppe imperiali ma soprattutto per il fortissimo terremoto che sopravvenne nel marzo sempre del 1511.
Alcune sale hanno in sé un’intrinseca suggestione: l’atrio, per esempio, con i motti affrescati tratti dall’Eneide scelti secondo un preciso progetto di esaltazione della mente e dello spirito umani; oppure la ‘caminata’, con più strati di pittura a scacchi bianchi e rossi in ricordo dello stemma famigliare; o la cucina, ricchissima di suppellettili, con il raro girarrosto a peso del Cinquecento ancora funzionante. Alcune si presentano ferrigne, come il ‘corridoio delle armi’, dove ronconi, alabarde, asce da guerra e corazze del XV e XVI secolo testimoniano un passato di sangue; altre, invece, riportano a tempi di pace, come il saloncino, abbellito nel Settecento per ospitare il celebre cantante Farinelli chiamato da Pietro d’Arcano Grattoni, ambasciatore della Repubblica veneta e musicista dilettante, dove la vaporosa grazia degli ornati, dei dipinti e degli arredi costituisce un’isola rococò. Altamente evocativo è lo studiolo, ove lavorò Giovanni Mauro d’Arcano, considerato fra i più importanti poeti burleschi del XVI secolo, con parati di seta cremisi secenteschi e il pomposo ‘capocielo’ che sovrasta lo scrittoio: troneggia un enorme albero genealogico della casata e vi è conservata la parte antica dell’archivio famigliare, con documenti originali dall’XI secolo. All’ultimo piano della domus trecentesca si trova la vasta sala magna con le antiche feritoie e le dipinture d’inizio Quattrocento a scacchi bianchi e rossi.
Una momento dedicato alla spiritualità si può vivere nella piccola cappella di San Nicolò, costruita nel 1518 riadattando un antico corpo di guardia. Al suo interno, in una tomba voluta nel 1605 da Paolo Emilio d’Arcano, riposano alcuni membri della casata. La chiesuola è nota per una reliquia: un frammento della ‘vera croce’, secondo la tradizione portato dalla Terrasanta da Leonardo III d’Arcano, cavaliere nell’ottava crociata.

La Famiglia
Secondo la tradizione, i Tricano – così, fino al Cinquecento, furono chiamati gli Arcano per i tre cani neri dello stemma – si stabilirono in Friuli nel VI secolo d.C.: allorché il longobardo Gisulfo si fermò a Cividale costituendo il primo ducato, chiese allo zio Alboino di avere alla sua corte il figlio di un re di Croazia e questo fu Sigisberto, dal quale ebbe principio «l‘inclita Casa Archana». L’illustre origine sarebbe stata poi ricordata nell’arma con l’introduzione degli scacchi d’argento e di rosso. Enrico dei signori d’Arcano è comunque citato in un atto del 1042 ma una vera continuità genealogica si ha con Leonardo «de Cornu», menzionato in un documento del 1161, giurisdicente di un castello costruito presso l’acqua del Corno. Poco dopo, nel 1209, per i meriti di Leonardo II gli Arcano ottennero dall’imperatore Ottone IV il titolo comitale. La casata, già appartenente alla feudalità libera, nell’àmbito del Patriarcato divenne una delle quattro famiglie di ministeriali maggiori – ai quali spettava di accompagnare il patriarca neoeletto a prendere possesso del seggio di Ermagora – e da tempo immemorabile erano ereditarî nella famiglia i prestigiosi incarichi di Confaloniere e di Marescalco; per ricordare tali compiti a partire dalla fine del Cinquecento fu introdotto nello stemma famigliare l’aquila d’oro in campo azzurro del Patriarcato. Sempre per diritto ereditario occupava il decimo posto nel Parlamento friulano. Gli Arcano raggiunsero il massimo potere fra il XIII e il XIV secolo, signori di numerosi feudi ubicati dall’alto al basso Friuli (fra l’altro con metà della cittadina di Venzone e dei relativi dazî), all’Istria e alla Romagna, ma con l’avvento della Repubblica veneta persero molto del ruolo politico pur riuscendo a mantenere gran parte delle prerogative castellane. Nel XVII secolo, Pietro d’Arcano sposò Margherita Grattoni – ultima discendente della linea friulana di una nobile famiglia originaria di Tortona vicina ai Visconti – ereditando i beni del suocero con l’obbligo di acquisirne il cognome. Questo ramo si estinse nei primi anni del XIX secolo con Anna Grattoni d’Arcano. Dal suo matrimonio con il cugino Orazio d’Arcano ebbero origine i d’Arcano Grattoni, tuttora esistenti.

Info:
La Brunelde – Fagagna (UD) 33034
e-mail: info@labrunelde.it – tel.0434-738224
sito internet: http://www.labrunelde.it

Periodo Storico: Basso Medioevo
Localizzazione Geografica