Su una superficie complessiva di oltre 650 ettari, gravitante intorno all’abitato di Sammardenchia, sono state individuate resti di strutture antropiche e tracce di frequentazione umana risalenti, per la gran parte, al Primo Neolitico, in numero tale da rendere la località il più esteso insediamento preistorico dell’Italia settentrionale e uno dei maggiori d’Europa.
All’interno di questa area sono state identificate alcune zone a d altissima concentrazione di manufatti archeologici, nell’ordine di decina di migliaia (si vedano punti identificati sulla carta CTR in base a Pessina 1993). La quantità dei reperti e la vastità della loro dispersione sul terreno fanno supporre che non si tratti di un unico grande villaggio, ma di una serie di piccoli villaggi, forse composti da qualche fattoria, che si succedettero nelle prime fasi del Neolitico, spostandosi gradualmente e ciclicamente sul medesimo territorio, sulla base della fertilità dei terreni che, se coltivati, si esaurivano velocemente.
Questo sistema di agricoltura itinerante sarebbe stata la causa dell’antropizzazione della zona vastissima di Sammardenchia. Il periodo di frequentazione di quest’area è compreso tra il 5300 e il 4900 a.C., cronologia calibrata, e colloca l’area friulana tra quelle che più precocemente videro l’instaurasi della nuovo sistema di sussistenza legato all’agricoltura. All’interno di questo territorio, tra le aree più ricche di testimonianze antropiche, è stata individuata quella de “I Cueis” per effettuare una serie di campagne di scavo che, iniziate nel 1985, continuano ancora oggi ad opera dell’Università degli Studi di Trento e del Museo Friulano di Storia Naturale.
L’area prescelta si trova sopra un ampio terrazzo naturale, sopraelevato di pochi metri sulla pianura circostante in modo tale da permettere il controllo di una vasta parte del territorio circostante. Qui sono state cartografate centinaia di macchie antropiche e scavate centinaia di strutture. La loro interpretazione gran parte delle volte resta problematica poiché l’antico suolo su cui erano state impostate le costruzioni è stato sconvolto dai lavori agricoli, di conseguenza ciò che viene scavato rappresenta solo la porzione inferiore delle fasi di impianto delle strutture, mentre non resta più traccia dell’originale piano di calpestio. Gran parte dei resti di struttura sono costituiti da buche di varia forma e dimensione: lunghe fosse lenticolari, pozzetti cilindrici regolari con un diam. tra 1 e 2 m. Molte di queste cavità appaiono impermeabilizzate da rivestimenti interni in argilla cruda. Queste strutture, al momento dello scavo, risultavano riempite da butti di carbone, scarichi di frammenti ceramici e strumenti litici, prova che in ultima fase, dopo la loro disattivazione in funzione primaria, vennero utilizzate per scaricare i rifiuti. In particolare, sono state individuate una grande cisterna con un piccolo canale di alimentazione, e un’ampia struttura (n. 126), di circa 100 mq, indicata da una vasta chiazza nerastra con uno spessore tra i 15 e i 20 cm, per la quale inizialmente si era suggerito che potesse trattarsi di una grande abitazione, una sorta di fattoria, ma la cui funzione, a tutt’oggi, è ancora da determinare con precisione. Di recente è stato inoltre individuato un fossato che presumibilmente cingeva l’abitato o parte di esso. Tra i manufatti rinvenuti nell’area de “I Cueis” vi sono numerosissimi strumenti in pietra verde levigata, lavorati o in corso di lavorazione (asce, accette, accettine, anelloni circolari, questi ultimi impiegati a scopo ornamentale). Numerosissimi anche i manufatti in selce scheggiata, di origine locale o importata dalle aree alpine (punteruoli, bulini, microbulini, lame, elementi di falcetto, grattatoi). Tra le forme ceramiche, sono attestate tazze carenate, vasi troncoconici, fiaschi, scodelle o piatti profondi, spesso decorati ad incisione con fasci di linee, spina di pesce, motivi triangolari, talora riempiti con pasta rossa.
Questi materiali, ancora in corso di studio, hanno rivelato una consistente presenza di elementi riferibili alla cultura padana di Fiorano e all’area adriatico-balcanica, con particolare riferimento alla cultura di Danilo, che attestano il ruolo di intermediazione svolto dalla pianura friulana durante il Neolitico. Importantissimo il rinvenimento di diverse figurine femminili in terracotta, di cui una recante un infante in braccio, che costituiscono la prima attestazione nel Neolitico friulano di rappresentazioni plastiche di figure femminili e forniscono importanti elementi legati alla sfera sacra e rituale di queste comunità. A tale riguardo, va ricordata anche una protome fittile cilindrica con appendici plastiche, appartenente alla cosiddetta ceramica falloide o “plastica a campana”.
I materiali raccolti sono depositati presso il Museo Friulano di Storia Naturale e, in parte, presso i Civici Musei di Udine.Il sito, visitabile durante le campagne di scavo, è segnalato da una tabella esplicativa situata all’ingresso della strada carrareccia che si imbocca dopo aver percorso la strada comunale che, in uscita da Sammardenchia, costeggia l’autostrada.

Bibliografia:
Bagolini 1987; Bagolini 1990A; Bagolini 1990B; Bagolini, Bressan, Candussio 1987; Bagolini, Bressan 1990; Bagolini, Ferrari, Pessina 1991; Bressan 1987; Bressan 1995; Candussio 1981; Carugati 1993; Castelletti 1994; Castelletti, Carugati 1994; D’Amico, Felice 1994; Ferrari, Pessina 1996; Ferrari, Pessina 1999; Fontana 1999; Ghedini 1993; Pessina, Ferrari 1999; Pessina, Ferrari 2002; Pessina, Ferrari, Fontana 1998; Pessina, Muscio 1999.

Fonte: DVD – Terra di Castellieri – Archeologia e Territorio del Medio Friuli – Sezione B – L’età protostorica – SIAE – cre@ttiva 2004

Periodo Storico: Preistoria
Localizzazione Geografica