Recenti indagini archeologiche hanno fatto riaffiorare un luogo di culto risalente alla fine del IV secolo. È la più antica testimonianza di una pieve rurale in tutto il Friuli.
L’incantevole pianoro di Illegio, posto a sette chilometri da Tolmezzo, si apre all’improvviso, dopo avere superato una ripida strada, tagliata artificialmente, che si arrampica a fatica nella roccia. Quest’area, protetta da alti crinali montuosi, che la circondano rendendola completamente invisibile dalla valle del But, è dotata al contempo di notevoli spazi coltivabili. Proprio queste caratteristiche hanno reso la conca di Illegio un’ottima zona di rifugio, ricca di testimonianze archeologiche che sono oggetto di studio dal 2002 e in campagne di scavo tuttora in corso. Tali ricerche, volute dal Comitato di San Floriano, hanno visto impegnati, a più riprese, alcune decine di archeologi, antropologi, geologi, che hanno dato avvio a diverse campagne di scavi e ricognizioni.
I risultati più sorprendenti, per la storia della Cristianizzazione delle campagne, si sono ottenuti, però, nello scavo della chiesa di San Paolo Vecchia, posta fuori dell’abitato di Illegio. Benché abbandonata nel XVIII secolo per edificare, al centro del paese, l’attuale chiesa parrocchiale, il suo ricordo continuava a essere vivo negli abitanti. La tradizione orale tramandava da secoli la memoria dell’esistenza, in San Pauli, di un luogo di culto precedente alla pieve. Un’antica, misteriosa, reverenza, circondava l’area nella quale era sorta la chiesa di San Paolo, ormai sepolta nel sottosuolo e segnalata solo da una cappelletta. Le rogazioni partivano un tempo da qui e sempre da San Pauli vecchia doveva passare anche il corteo dei morti che la notte dell’1 novembre attraversa il paese.
Diverse fonti scritte del XIV secolo registravano, inoltre, numerose richieste di sepoltura presso la chiesa di San Pauli, che godeva di consistenti donazioni da parte di molti Illegiani del tempo, i quali la veneravano come e più della pieve di San Floriano.
Tutte queste ragioni hanno indotto gli archeologi a intraprendere una campagna di scavo estensiva nel sito di San Paolo, dove gli anziani del paese ricordavano di avere visto affiorare resti di muri.
Lo scavo ha posto in luce, dal principio, tutto l’edificio di culto costruito nel 1476 come attestano i documenti e abbandonato nel 1732. Di particolare interesse è stato il ritrovamento di un pozzetto votivo, che conteneva le suppellettili sacre utilizzate nella prima Messa di consacrazione della chiesa, ricco di ceramiche policrome, vetri e oggetti in metallo. Come peraltro le fonti trecentesche ricordavano, subito sotto questo edificio si è ritrovato il perimetro della precedente chiesa filiale della Pieve. Al suo esterno, si sono rinvenute numerose sepolture a inumazione che conservavano resti di abbigliamento o di oggetti di fede (medagliette votive, rosari).
Ma ciò che più premeva era conoscere se sotto questi muri si celassero i resti di un luogo di culto più antico, come le leggende lasciavano presagire. La ricerca archeologica ha dato piena conferma a tali ipotesi.
Scendendo con lo scavo si è infatti ritrovata una chiesetta di dimensioni modeste (di circa 40 mq) caratterizzata da una pianta rettangolare ad abside rettilinea, con partizione centrale che individua due distinti ambienti quadrangolari, probabilmente separati anche nelle funzioni. Addossata all’angolo sud-ovest si è posta in luce una vasca quadrangolare di poco meno di un metro per lato e intonacata all’interno, che mostra analogie stringenti con simili strutture paleocristiane rinvenute a Ragogna, San Vigilio di Palse, Osoppo, lì interpretate come fonti battesimali.
Alcuni frammenti di carbone che facevano parte del fondo della vasca di Illegio, sono stati prelevati e inviati in un laboratorio tedesco per l’analisi al carbonio 14. La vasca è risultata databile fra 337 e 441 d.C., con maggiore probabilità verso la fine del IV secolo.
In tutta lItalia settentrionale sono rarissime le testimonianze archeologiche di un culto cristiano nelle campagne risalente ad epoca così antica. Lo scrittore latino San Girolamo ricorda che Fortunaziano, Vescovo aquileiese dal 342, scrisse in sermo rusticus un commento ai Vangeli con evidente intento catechetico. Tuttavia le prove materiali di una così precoce cristianizzazione del territorio erano, fino ad oggi, rarissime e si limitavano ai resti del piccolissimo martirion di San Canziano d’Isonzo e all’epigrafe cristiana rinvenuta a Cassacco.
Ora, la chiesa di San Paolo d’Illegio, la più antica delle campagne friulane, offre testimonianza certa della precocità dell’evangelizzazione e dell’organizzazione ecclesiastica rurale di ambito aquileiese.
È importante ricordare che la festa della chiesa di San Paolo d’Illegio si celebra ab immemorabili nella prima domenica di agosto, ovvero il giorno in cui il calendario liturgico pregregoriano (anteriore al Mille) ricorda la dedicazione della basilica romana dei Santi Pietro e Paolo. Ciò induce a ritenere che la chiesa di Illegio sia sorta in una precisa congiuntura storica. Proprio nel 381 si svolse, infatti, ad Aquileia il famoso Concilio, voluto fortemente da Sant’Ambrogio per debellare l’eresia ariana. In seguito a tale evento nel nord Italia vennero intitolate molte chiese agli apostoli Pietro e Paolo, come segno di ortodossia. Le loro reliquie giunsero da Roma ad Aquileia circa una decina di anni dopo il Concilio.
Di conseguenza appare suggestiva e piuttosto fondata l’ipotesi che anche la chiesa di Illegio fosse tra quelle dedicate, già nel IV secolo, a San Paolo, o forse ai Santi Pietro e Paolo, titolo poi modificato.
La più antica struttura rinvenuta, databile al IV secolo, è un edificio di forma quadrangolare con una tettoia in legno all’esterno. Di questo primitivo ambiente restano visibili, sul lato est e sul lato sud, due muri che si conservano per un’altezza massima di 40 cm. La funzione di questa struttura potrebbe essere pertinente ad un primitivo edificio di culto.
Entro la metà del V secolo viene attuata una radicale trasformazione del primitivo edificio. Il sacello, con ogni probabilità cristiano, diventa a pianta rettangolare e presenta un muretto divisorio che suddivide l’ambiente in due piccole stanze.
Anche in questa fase è documentata una parziale copertura in legno. L’edificio, che misura internamente poco più di 36 mq. ed è databile tra 337 e 441 d.C., doveva essere dedito al culto cristiano. Appartiene a questa fase una piccola vasca di circa 80 cm. di lato addossata sulla parete sud.
La vaschetta – simile ad altre del territorio di Aquileia, dove il rito per aspersione è già attestato nel IV secolo – aveva probabilmente una funzione battesimale.
Gli scavi hanno inoltre evidenziando murature e pavimenti anteriori alla chiesa di IV secolo, che potrebbero essere considerati come i resti di una chiesa ancora più antica o addirittura di un luogo di culto precristiano.
Di grande interesse è poi un pilastrino in marmo (databile al IV – V sec.) con un incavo superiore, che serviva come loculo-reliquario. Doveva sorreggere una mensa dell’altare (non trovata) e testimonia, assieme a tracce di decorazione ad affresco, una certa cura dell’arredo dell’edificio sacro.
Tra il VI e il X secolo l’edificio risulta abbandonato. L’intervento archeologico ha infatti documentato i segni di un periodo di degrado delle strutture: su un potente strato di detriti, si sono riconosciuti i segni di focolari, alcuni dei quali accesi direttamente sul fondo di grosse buche.
Le vicende dell’antico luogo di culto di San Paolo vanno collegate all’origine della Pieve di San Floriano, che viene fondata proprio tra IX e X secolo. Ciò significa che all’abbandono di San Paolo il culto cristiano si spostò a San Floriano.
Nella chiesa di San Paolo la ripresa della funzione liturgica avviene tra XII – XIII secolo, come testimoniano le ceramiche recuperate e la tecnica costruttiva delle strutture murarie. La riedificazione ripete la pianta rettangolare della chiesa paleocristiana (circa m. 4,20 x ),10). In questa fase la chiesa assume una spiccata funzione funeraria, con inumazioni privilegiate. La fossa centrale conteneva infatti un ecclesiastico, riconoscibile sia dalle tracce del broccato della stola sia dal fatto che, a differenza dei fedeli, è stato sepolto con il capo a est, come si faceva con i membri del clero.
Lo scavo archeologico ha interessato anche lo spazio antistante il lato sud della chiesa, utilizzato come cimitero esterno all’edificio e poi inglobato dall’ampliamento postmedievale.
Interessanti sono i piccoli oggetti devozionali e di arte suntuaria recuperati dallo scavo dei resti scheletrici: anellini, rosari in osso, medagliette devozionali, guarnizioni delle vesti, fibbie, databili entro la fine del XV secolo.
Il questo momento il luogo di culto viene riedificato ed ampliato con aula rettangolare (misure interne 8,50 m x 7,40 m), abside pentagonale (5,20 x 5,30 m), altare e portico d’ingresso. Dopo il primo quarto del XVII secolo viene aggiunta sul lato sud dell’abside una piccola sacrestia, ultimo intervento consistente.
L’ampliamento dell’edificio avviene probabilmente grazie all’acquisizione di prerogative parrocchiali a partire dal XIV secolo, fatto che favorisce anche un notevole incremento del culto e un aumento delle elargizioni dei fedeli.
La tipologia dell’edificio è quella tipica delle strutture rurali tardo gotiche di ambito alpino orientale, diffuse sia sul versante italiano (Friuli collinare e Carnia), sia su quello austriaco (Carinzia). Anche per questa fase si sono individuati alcuni elementi liturgici di rilievo. La piscina sacrarii, un pozzetto interrato che serviva per smaltire, in terreno consacrato, l’acqua e gli olii benedetti per i sacramenti. E il pozzetto votivo in cui è stata rinvenuta una notevole quantità di manifatti di metà ‘400, pressocchè integri (due ciotole, un bicchiere, i resti di un bacile in metalli e due balsamari vitrei). Il fatto che siano quasi interi fa pensare che furono impiegati nel rito eucaristico di consacrazione della chiesa del XV secolo e poi interrati a scopo beneaugurale. Simili deposizioni rituali sembrano piuttosto diffuse nel periodo in esame, come dimostrano anche i casi della pieve di San Floriano d’Illegio e di Santa Maria di Gorto (Ud), di San Vigilio a Molveno (Tn), di San Pietro di Albese (Co), di San Eusebio di Perti (Sv).
L’edificio viene definitivamente abbandonato nel corso del XVIII secolo, quando, a causa dei ricorrenti movimenti francesi nell’area e delle continue infiltrazioni d’acqua, che danneggiavano la chiesa, si decide di demolirla per ricostruirla al centro del paese.
E’ prevista la musealizzazione dell’area ed il suo inserimento in un percorso archeologico di visita che riguarderà tutto il territorio di Illegio.

Autori: Stefano Roascio e Silvana Gavagnin

Fonte: AA.VV. Il Cammino delle Pievi in Carnia, Airc. Spirito Santo “Pieres Vives”, San Pietro in Carnia, 2012.

Periodo Storico: Alto Medioevo
Localizzazione Geografica