Nella media vallata del torrente But, alla confluenza con il rio Bueda, dove oggi si sviluppa l’abitato di Zuglio, i Romani hanno lasciato un segno indelebile della loro presenza nei loro territori alpini dell’Italia nord-orientale: una città dal nome Iulium Carnicum, sorta in corrispondenza di un agglomerato esistente almeno dalla seconda metà del II sec. a.C., al quale gli studiosi attribuiscono un ruolo importante nell’ambito dei traffici commerciali tra l’area adriatica e l’area a nord delle Alpi.
La prima sicura forma dell’insediamento romano fu quella del vicus, cioè un piccolo centro non dotato di autonomia amministrativa, ma probabilmente dipendente da Aquileia, istitito in età cesariana (anni centrali del I sec. a.C.).
Esso fu da subito ben pianificato per quanto riguarda i sistemi infrastrutturali, come, ad esempio, le strade e lo smaltimento delle acque. Il principale ambito di questa prima comunità fu costituito da un ampio spazio fornito da botteghe, attorno al quale si svilupparono abitazioni di ampie dimensioni e di qualità elevata, con pavimenti cementizi ornati da motivi realizzati con tessere di mosaico e con sistema di riscaldamento ad ipocausto, cioè con il passaggio di aria calda sotto i piani pavimentati sorretti da pilastrini.
Oltre alle evidenze archeologiche, la documentazione epigrafica ci racconta di opere significative come il rifacimento o l’erezione di edifici sacri, rispettivamente un tempio a Beleno e uno dedicato a Ercole.
La fisionomia dell’abitato cambiò radicalmente in coincidenza di un importante mutamento istituzionale rappresentato dall’autonomia amministrativa: il piccolo centro divenne città (municipium o, più probabilmente, colonia), alla quale fu assegnato un vasto territorio da controllare compreso tra Cadore e Val Canale. Entro la seconda metà del I sec. a.C. fu avviato un imponente e articolato progetto di monumentalizzazione degli spazi e degli edifici pubblici, che portò anche alla realizzazione di infrastrutture come l’acquedotto, di cui sono state rinvenute alcune tubazioni in piombo.
Sul luogo già destinato a spazio pubblico venne creato il foro, fulcro della vita civile, amministrativa e politica della città, che costituisce oggi un’area archeologica di grande suggestione per il visitatore.
L’impianto della piazza, con il tempio posto nella parte settentrionale e la basilica civile affacciata sul lato breve meridionale, riproduce con fedeltà il modello del foro di Cesare a Roma. Da quest’area provengono le più significative testimonianze artistiche finora note della città romana, che si inseriscono nella migliore tradizione bronzistica romana dell’Italia settentrionale.
Un primo nucleo venne recuperato agli inzi dell’Ottocento nell’ampio criptoportico della basilica civile, che nel 1820 venne venduto al Museo di Cividale (dove ora si trova, ndr): si tratta di due dediche a Gaio Bebio Attivo, procuratore del Norico, e di due (forse tre) grandi clipei (decorazione rotonda, a forma di medaglione, in rilievo) che facevano verosimilmente parte di una galleria di personaggi della famiglia giulio-claudia, forse allestita all’interno dell’edificio. Un clipeo, studiato e ricomposto in anni recenti, dal diametro massimo di 1,84 mt., comprendeva al centro una raffigurazione di togato, mentre un secondo esemplare aveva dimensioni maggiori (diametro 2,50 mt.) ed era caratterizzato da una corona di foglie di quercia.
Sempre dalla basilica civile proviene anche una straordinaria testa virile di bronzo (che gli ultimi studi assegnano agli inizi del II sec. d.C.), contraddistinta da tratti decisi e da alcuni particolari fisionomici marcati, recuperata nel 1938 in occasione degli scavi del Bimillenario augusteo.
Nelle immediate adiacenze del foro si trovava il complesso termale pubblico, edificato intorno alla metà del I sec. d.C. come indicano alcune evidenze materiali, in particolare gli affreschi e gli stucchi. Dell’edificio si conoscono alcuni ambienti tra i quali il frigidarium, la sala termale più vasta,  occupata per i bagni di immersiane. Nel caso di Iulium Carnicum questo ambiente era fornito da una vasca rettangolare con abside su un lato, rivestita internamente con cocciopesto impermeabile.
Della città, sviluppata nella parte pianeggiante lungo il corso del torrente But, ma anche sulle prime pendici del colle sovrastante mediante un sistema a terrazzi, conosciuamo anche alcune testmonianze riferibili all’edilizia domestica. Sono note per solo porzioni di edifici privati, che indicano una tipologia di case con piante semplici ad ambienti paralleli affacciati ad un corridoio di disimpegno.
Una delle costruzioni meglio indagate, per la quale è in corso un progetto di valorizzazione destinato alla creazione di una nuova area archeologica a Zuglio, si colloca nel settore settentrionale dell’area urbana. Le dimensioni dell’edificio sono considerevoli, almeno 400 metri quadri, ma dalle indicazioni fornite dallo scavo, condotto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia a partire dal 2001, risulta che esso doveva svilupparsi anche in altezza, almeno in un settore. La costruzione, di cui non è stato possibile riconoscere l’impianto originario, si adattava in gran parte alla configurazione del terreno, presentando all’interno piccoli dislivelli tra i diversi ambienti, almeno dieci, superati con gradini in pietra e in qualche caso forse con scalette in legno di cui si è persa la traccia.
Tra i materiali provenienti dallo scavo particolarmente interessanti e abbondanti si sono rivelati quelli rinvenuti al di sopra delle ultime pavimentazioni dell’edificio e quindi ricollegabili alle fasi finali della frequentazione e abbandono (V sec. d.C.). Numerosi sono gli esemplari di vasellame in ceramica comune grezza, caratterizzata da impasti grossolani, spesso arricchiti di quarzo o calcite triturata per migliorarne le capacità di tenuta alla fiamma e utilizzata per la preparazione degli alimenti e la conservazione delle derrate.
L’insediamento moderno di Zuglio si sviluppa proprio in corrispondenza della città antica, della quale per ora è visitabile il centro monumentale costituito dal complesso forense. Le altre zone di interesse archeologico sono illustrate da una serie di pannelli collocati lungo un percorso di visita che prende avvio dal Museo archeologico.

Fonte: AA.VV. Tra storia e fede. Guida storico-artistica a Pievi e siti archeologici in Carnia, Regione FVG, ottobre 2011.

Un centro alpino tra Italia e Norico (Tolomeo, Geografia, II, 13,3).
Iulium Carnicum
raggiunse verosimilmente l’autonomia amministrativa in età augustea nella forma di municipio o forse direttamente di colonia. Nel corso del I sec. d.C. il centro mantenne il suo ruolo di collegamento con i territori posti al di là dei valichi alpini, diventati nel frattempo una provincia: il Norico. Lungo la vallata transitavano le merci mediterranee più richieste nelle zone d’Oltralpe, cioè il vasellame fine da mensa (in particolare terra sigillata italica), la ceramica comune e da fuoco di alta qualità (ceramica a vernice rossa interna) e soprattuo l’olio e il vino, trasportati in anfore e provenienti da svariate zone dell’Italia peninsulare, dall’area egea e dall’Istria.
Come ricorda lo storico Strabone (I sec. d.C.) a proposito dei traffici aquileiesi (Geografia, V, 1,8), le province settentrionali esportavano a loro volta verso il Mediterraneo schiavi, bestiame, pelli e metalli. La presenza a Iulium Carnicum di individui provenienti dai territori a nord delle Alpi è suggerita dal rinvenimento di ceramiche comuni fabbricate nel Norico e diffuse quasi esclusivamente nell’area alpina.
L’economia del territorio doveva basarsi anche sullo sfruttamento del legname, dell’allevamento del bestiame, delle cave di pietra e forse dei giacimenti minerari. Nella prima età imperiale la commercializzazione a livello regionale di alcuni derivati dell’allevamento dei caprovini è testimoniata, per la città alpina così come per altri centri delle Alpi nord-orientali, dalla diffusione fino alla costa adriatica dei vasi Auerberg, fabbricati probabilmente nel territorio di Iulium Carnicum e usati come contenitori da trasporto.
Il centro mantenne un ruolo importante fino all’età tardoimperiale e di conseguenza anche l’afflusso di manufatti e di derrate alimentari da regioni anche remote continuò con una certa regolarità. Olio e salse di pesce venivano importati dalla penisola iberica e, successivamente, anche dalle coste settentrionali dell’Africa, assieme a lucerne e a vasellame che, seppur in quantità meno rilevanti rispetto ai centri più vicini della costa, rappresenta la suppellettile da tavola per eccellenza del periodo tardoimperiale. Alcuni contenitori testimoniano anche l’importazione di vino dall’Oriente mediterraneo e dalla Mauretania. Ancora dall’Oriente mediterraneo arrivava in età medio imperiale la ceramica fine da mensa. Una scatola cilindrica decorata a matrice con scene di battaglia attesta, inoltre, il consumo di un pregiato unguento profumato prodotto in Grecia, anche se sembra essere il solo esemplare a Zuglio.
Somo documentati ancora i contatti commerciali transalpini con l’importazione di ceramiche da cucina dal Norico e dalla Pannonia, ma accanto a questi prodotti d’importazione a largo raggio si trovano ovviamente abbondanti testimonianze di vasellame di uso comune di produzione locale o regionale, alle quali si affiancano anche i contenitori in vetro, di più ampia diffusione territoriale, caratteristici di questo momento storico.
Il quadro delle merci di diversa provenienza attestate dagli scavi di Zuglio sembra quindi indicare anche per l’epoca più tarda la vivacità degli scambi commerciali che passavano per il centro alpino proveniendo da due direzioni opposte: da una parte, le merci di origine orientale e mediterranea in generale che risalivano dalla pianura e dai porti costieri verso le regioni transalpine, dall’altra, i manufatti caratteristici di quelle regioni che seguendo la corrente contraria venivano portati verso l’Italia settentrionale e la costa.

Fonte: Patrizia Donati, Luciana Mandruzzato, Iulium Carnicum in età imperiale, in In viaggio verso le alpi. itinerari romani dell’Italia nord-orientale diretti al Norico, a cura di Flaviana Oriolo, luglioeditore, Trieste 2014.

Periodo Storico:
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