SAN PIETRO AL NATISONE (Ud). IL CASTELLIERE DEL MONTE BARDA.

A sinistra dell’ingresso del campo sportivo si prende una stradicciola di campagna, la Via Barda, e in breve si giunge ai piedi della montagna. Si sale fino a quota 230 fino all’ultima curva della strada che porta all’acquedotto. Qui s’imbocca il sentiero, che porta sulla cima del monte Barda proprio dentro il castelliere. L’ultimo tratto di salita é faticoso e difficile fra i massi precipitati del recinto e fra le rocce che stavano alla base del castelliere sul fianco nord.
Il monte Barda e il monte Roba, sovrastanti il paese di San Pietro, sono caratterizzati dalla presenza di un castelliere risalente al periodo paleolitico.
Il monte Barda (260 m sul livello del mare), unito al monte Roba (291-301 m) da una piccola sella sulla riva desta del Natisone é posto agli inizi ed a parziale divisione delle Valli del Natisone (ovest), Alberone (est), Cosizza, Erbezzo e costituisce il principale contrafforte del monte Matajur.
E’ conosciuto per la presenza di un castelliere, che si trova sulla cima, i cui resti sono ancora visibili.
Il Miotti, seguendo la tesi del Bosio, fa risalire il castelliere al periodo paleolitico, piú esattamente al III periodo Atestino: n’é testimonianza il vasto sepolcreto ritrovato ai piedi del monte Barda stesso. Subito dopo la fondazione di Forum Julii, il castelliere fu utilizzato dai romani da dove potevano controllare gli sbocchi delle Valli verso la pianura.
Il castelliere é formato da un sistema fortificato a doppia tenaglia di muraglie a secco, orientata verso le due valli del Natisone e dell’Alberone. Sul lato meridionale (260 m) sorgeva il primo muro difensivo e una torretta forse circolare, attorno al muro c’era un fossato che tagliava trasversalmente l’inizio del pianoro sull’altura e finiva sui lati del pendio.
Il muro rettilineo era lungo circa 45 m. Dopo una ventina di metri vi era un secondo muro di protezione pure trasversale al pianoro, costituito in parte da grandi pietre naturali e in parte da pietrame sovrapposto. Dopo questa seconda difesa c’é un pianoro rettangolare lungo 45 m circa e largo 16 m circa con i fianchi protetti da un muro in pietra di cui affiorano i basamenti larghi sul metro. E’ chiaro che questa era la sede del fortilizio romano (291).
Segue, verso nord, un settore (301) piú elevato di forma rotondeggiante (circonferenza di un centinaio di metri). Questo settore é isolato sui fianchi da grossi massi di pietra che s’innalzano da pareti in roccia naturale.
Sui pendii del colle verso nord é evidente ancora lo sfasciume di pietre e quelle meglio conservate sono sul lato ovest; queste sono appena sbozzate e fra di esse non c’é malta. Tracce di malta si trovano invece al livello del terreno: senz’altro resti dell’insediamento romano.
I maggiori e i piú frequenti rinvenimenti sono avvenuti a quota 291: fittili, frammenti d’embrici e coppi romani, ghiande, missili di piombo, ferri di cavalli, borchie di fibule di ferro e in prevalenza monete repubblicane. A quota 260 sono stati trovati frammenti di fittili, mattoni, coppi, embrici, oggetti della prima etá del ferro. La quota piú alta non sembra essere stata molto frequentata.
I reperti, secondo il Tagliaferri, stando ai ritrovamenti in quota e a quelli sparsi ai piedi del monte, le costruzioni fortificatorie potrebbero essere state usate in epoca preromana e preceltica da popolazioni del luogo e riutilizzate anche nell’epoca tardo antica, ma pare provato che siano state utilizzate soprattutto per stanziamenti militari e attivitá di guerra, fin dalla seconda metá del II sec. a. C., da legionari romani impegnati contro i Celti. Resti di una torre di età repubblicana sono stati messi in luce agli inizi del Novecento: il sito era stato interpretato come insediamento indigeno celtico coinvolto nelle campagne militari romane della fine del II sec. a.C., poi diventata sede di una fortezza romana.
Sull’altura sono stati recuperati nel 2003 importanti materiali metallici di tipologia celtica: due punte di lancia piegate ritualmente, una delle quali interpretabile probabilmente come insegna militare; una catena porta spada; due fibule di tipo La Tène, una di tipo ad arco rettilineo ed una forse di tipo locale nord-adriatico.
Nel corso di indagini archeologiche condotte all’interno di un cerchio irregolare di massi è stata recuperata una spada celtica, piegata ancora nel suo fodero; il puntale del fodero era deposto, staccato, presso l’arma. La spada presenta vari segni di danneggiamento volontario: sia fodero che spada hanno una profonda infossatura nella parte alta, prodotta quando l’arma era ancora infilata nel fodero, e il puntale del fodero è stato divaricato. La spada è databile al III sec. a.C., analogamente alle altre armi recuperate prima dell’avvio dello scavo. Durante lo scavo sono stati rinvenuti altri oggetti databili tra il II e gli inizi del I sec. a.C.: un fodero costolato di spada, una fibula in bronzo, due talloni di lancia e una piccola moneta celtica d’argento che gli studiosi definiscono obolo del Norico. La fibula, databile al II sec. a.C. e del tipo definito Valicna Vas da una località della Slovenia che sappiamo essere stata frequentata dai Celti Taurisci, è un oggetto tipico dei corredi femminili in ambito celtico.
Nell’area è stato riconosciuto un terrazzamento o apparato difensivo, realizzato probabilmente in età romana repubblicana, e sono stati recuperati ulteriori materiali riferibili ad una presenza romana, per lo più militare, della tarda età repubblicana e della prima età imperiale, tra cui una ghianda missile in piombo ed un gancio in ferro di lorica segmentata (corazza romana costituita da lamine di ferro).

Fonte: http://www.lintver.it/natura-percorsiapiedi-barda.html

Bibliografia: Flaviana Oriolo, Giuliano Righi, Angela Ruta Serafini, Serena Vitri. Celti sui monti di smeraldo, Luglio Editore, San Dorligo della Valle TS, sett. 2015.

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Periodo Storico: Protostoria
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