AQUILEIA (Ud). Aquileia nascosta. Il decumano di Aratria Galla.

La nostra visita comincia dal decumano di Aratria Galla.

Decumano di Aratria Galla: veduta della parte occidentale dalla strada moderna che attraversa il foro.

La parola decumano – che probabilmente deriva dal segno X che sta per incrocio, ma anche per il numero romano dieci – indica una strada che attraversa perpendicolarmente un asse ortogonale della centuriazione: ad Aquileia i cardini procedono in senso NO-SE. Il decumano massimo, da cui aveva origine la centuriazione del territorio aquileiese, si incontrava nel foro, a circa un terzo di esso, con il cardine massimo, ma nessuno di essi era indicato in questo luogo da un asse stradale, poiché la piazza non era accessibile ai carri. Il foro, una bassura naturale sistemata dai Romani a partire dal II sec. a. C., fu chiuso a sud da una basilica fin dall’età augustea. Molto probabilmente questa basilica, che sorgeva sopra uno spazio già pubblico usato per lo spoglio dei voti delle elezioni locali (diribitorium) dovette avere fin dalla sua prima fase due absidi che chiudevano i lati minori. Come testimonia un’epigrafe, essa fu probabilmente eretta per volontà di un Caius Aratrius ovvero un esponente della borghesia imprenditoriale di Aquileia che certo aveva tra le sue attività anche l’edilizia e per essa, forse tramite suoi liberti produceva laterizi, che venivano esportati anche in un vasto raggio.
Nel 2003 è uscito in Francia uno studio di Claudio Zaccaria dedicato agli Aratrii,[1] in cui si sviluppa la sua proposta di attribuire l’iscrizione già a Venezia, nella chiesa di S. Paolo [2] e ora conservata nel Museo nazionale Atestino, CIL, V, 2157 ad Aquileia anziché ad Altino, come si fa tradizionalmente dal Mommsen in poi. Essa sarebbe databile in base alla tipologia dell’impaginazione, “al più tardi all’inizio dell’età augustea”[3]. In essa si menziona un C. Aratrius che era praefectus fabrum e il cui nome è legato a una basilica. Già la menzione del titolo, forse riferito al collegium fabrum, indica un personaggio di spicco, probabilmente vicino a qualche alto magistrato e in procinto di intraprendere l’ascesa verso la carriera equestre. Va notato che l’iscrizione è posta su un’architrave, evidentemente della medesima basilica che Claudio Zaccaria ritiene possa essere senz’altro la basilica forense di Aquileia. Da ciò l’A., trae una serie di conseguenze di grande interesse, legate in modo particolare all’attività edilizia degli Aratrii e specialmente al loro coinvolgimento nella produzione di materiale da costruzione.
Una sua parente (forse la figlia?) probabilmente nella generazione successiva fece lastricare per testamento il decumano – il primo meridionale – che lambiva la parete meridionale della basilica.
La parte lastricata era solo quella compresa entro le mura urbiche, per una lunghezza di circa 380 metri, pari a 1300 piedi romani. Su di esse o in prossimità erano certo poste le due epigrafi che ricordano questo atto di benemerenza o evergetismo. La strada stessa, tra il marciapiede settentrionale, ancora visibile e quello meridionale, in parte scomparso, misurava m 5,98 ovvero giusti venti piedi. La lastricatura fa pensare che a questa data il sistema fognario fosse già in funzione con i condotti sotterranei in cotto che si conoscono fin dalle prima indagini ottocentesche e che scaricavano qui immediatamente al di fuori delle mura sul canale Anfora.
La strada che vediamo è probabilmente l’ultimo rifacimento antico (a prescindere da quello effettuato negli anni Settanta). In età altomedievale questo spazio correva fuori della cinta muraria ed era probabilmente interrato. Gli strati postromani sono andati perduti nel corso dei secoli e anche durante le operazioni di scavo.
Le integrazioni al testo delle lapidi fatte porre dagli eredi di Aratria Galla lasciano del tutto insoddisfatti. Non si può leggere a foro, perché il foro non è all’estremità, ma al centro del decumano. Pertanto si potrebbe leggere a mur]o oppure theatr]o; il termine orientale non può essere “porta marina”, termine insignificante (che senso ha marina riferito a un semplice fiumiciattolo? Gran parte delle porte urbiche di Aquileia specialmente quelle volte a sud avrebbero meritato a maggior ragione questo appellativo).
È interessante notare che il decumano a ovest procede fino al muro repubblicano, ove la porta forse era già stata demolita. Luisa Bertacchi rinvenne, ma solo a nord del decumano, “a una profondità notevole” il muro repubblicano che qui procedeva diritto. Del resto l’edificio che è stato interpretato come teatro occupa anche il prolungamento della strada stessa, che non continuava diritta a ovest del muro repubblicano, ma piegava obliquamente a nord per raggiungere il molo dell’Anfora, come dimostra l’andamento del canale della fognatura sottostante, individuato anche recentemente.

La porta occidentale del decumano
Immediatamente a ovest del decumano ovvero in corrispondenza del muro si vede un lastricato formato da grandi lastre irregolari di arenaria. L’uso di questa pietra ci riporta di per sé a un’epoca alquanto antica, compresa nel II e nella parte iniziale del I sec. a. C. A questa data pare corrispondere l’irregolarità della tessitura pavimentale. Sopra le ultime lastre rimane, ancora in opera, un piccolo tratto di muro sempre in arenaria che pare in fase con il lastricato. Di fatto emerge la notevole diversità rispetto alla porta orientale posta più a nord, in corrispondenza del terzo decumano settentrionale ove la via Annia si collegava al reticolo urbano. Benché lo scavo della nostra porta del decumano di Aratria Galla non sia stato esteso oltre i limiti della strada si vede chiaramente che il basolato della prima età imperiale si arresta dinanzi ad essa, che va intesa dunque come una semplice posterla. Il muretto in arenaria, alto appena cm— serviva forse per fissare i battenti della porta lignea, ma certo impediva il traffico dei carri, per cui dobbiamo pensare che il decumano stesso non fosse normalmente praticabile ai veicoli. Del resto sono quasi assenti i caratteristici solchi delle ruote sugli attuali basoli (rimessi in opera negli anni settanta del Novecento).
Di fatto dunque la porta venne chiusa dai muri paralleli (lettere C e D secondo la terminologia adottata dalla Bertacchi nel 1990). Detti muri interrompono la strada e continuano verso nord dunque verso il corso dell’Anfora. Presumibilmente essi formavano un portico: esso continua verso nord ben oltre quelle che dovevano essere, secondo la ricostruzione Bertacchi, le misure del teatro. Anche le basi dei pilastri continuano fino ad arrivare a filo al marciapiede meridionale del decumano, per cui è del tuto improbabile che siano appartenute al teatro.
Possiamo ipotizzare che ai pilastri o meglio alla base del pavimento del portico siano appartenuti alcuni conci che giacciono nell’area poco distante. Altri sono ancora in opera nel muro C. la presenza di porticati presso un’area portuale è ben rappresentata, tra l’altro, dalla porticus Aemilia di Roma che non è certo paragonabile epr le sue grandi dimensioni al nostro. Tuttavia va ricordato che già il Mirabella nel 1968 suppose che gli horrea del porto orientale sulla Natissa avessero all’esterno l’aspetto di un porticato.
Quanto rimane, ancorché sia poco e in genere scarsamente perspicuo, è quello che resta dell’unica porta urbica di Aquileia ancora visibile. Di fatto il tutto si riduce a una semplice pavimentazione in pietra, che però spicca per la sua diversità rispetto ai basoli del decumano.
Il lastricato in arenaria dovette essere smontato in parte al tempo della costruzione del vicino muro C, dato che per sostenere i pilastri si usarono come basi alcune lastre in arenaria, ancora in opera nel muro.
Oltre la porta correva obliquamente verso il canale Anfora uno scarico fognario che è stato seguito per 74 m[4]. Questo raccoglieva quanto trasportato nel condotto che passava sotto il decumano.

Il presunto complesso augusteo del portico e del teatro
Benché oggetto di scavi fin dal 1969, il complesso fu riconosciuto come unitario e inteso come portico e teatro da Luisa Bertacchi appena nel 1990[5], sette anni dopo che nell’area del fondo Comelli furono effettuati i restauri che lo bloccarono nella situazione attuale.
È molto difficile per un visitatore riconoscere qui un tipico edificio teatrale. La pianta, ipotetica, che è stata pubblicata lo rende assolutamente corrispondente al complesso di Ostia che fu fatto costruire da Vipsanio Agrippa in occasione del suo terzo consolato o al più tardi intorno all’anno Venti. Di conseguenza questa potrebbe essere una data possibile anche per il complesso di Aquileia. A Ostia il teatro chiudeva uno dei lati brevi del porticato, mentre qui occuperebbe un intero lato lungo, come a Minturnae, ove peraltro il porticato coincideva con il foro, idea questa che è stata fatta propria per Aquileia da Luisa Bertacchi. In effetti nella sua ricostruzione l’area del porticato è sostanzialmente equivalente a quella del foro.
Del portico è stato rimesso in luce ed è visibile l’ angolo nordoccidentale. Il lato nord è largo – fino al bordo - dovrebbe essere largo una dozzina di metri[6]. Attualmente misura m 14,30 ovvero 48 piedi romani, ma è diviso in due quindi è una porticus duplex, di cui ciascuna metà era larga 24 piedi. Si tratta di misure ampiamente consoni a una tradizione italica che per i portici in questione è riassunta da Vitruvio. Possiamo avere un esempio confrontabile da Vrbs Salvia, nell’età augustea.

Di grandissimo interesse il fatto che una porticus duplex è menzionata in un’iscrizione di Aquileia, datata all’età repubblicana, che si conserva nel museo archeologico.

Il testo era pertinente a un portico con colonnato esterno di ordine dorico. Non sappiamo naturalmente se il portico sia proprio questo: nel testo si elencano altri spazi pubblici che sarebbero stati fatti lastricare in un unico momento. Se – ancora un se! – veramente l’iscrizione appartiene a questo complesso, che potrebbe essere databile intorno al 20 a. C. si dovrebbe osservare che i punti separativi quadrati che compaiono nella metà superiore della prima riga e al centro della seconda erano in uso in Aquileia ancora nella prima età augustea. Anche per questo e per la forma delle lettere il testo qui riprodotto è stato datato a “non oltre l’inizio del I sec. a. C.”, pertanto i margini di incertezza sono ampi.
Torniamo dunque al nostro portico che nella metà settentrionale del lato nord, a ridosso del decumano di Aratria Galla, doveva essere occupato da tabernae o luoghi pubblici, forse in qualche modo connessi anche allo spazio portuale dell’Anfora, che iniziava appena una settantina di metri oltre la cinta muraria.
A questo portico, almeno al suo lato settentrionale, appartenevano certo i numerosi rocchi di colonne ioniche in granito e forse due rocchi di colonna che si trovano dispersi nel fondo Comelli.
Il lato settentrionale non presenta una gradinata continua tra lo spazio esterno e il portico. Esso era tuttavia delimitato da una balaustra sostenuta da pilastrini, forse in pietra, larghi circa 20 cm e profondi una decina. Essi erano disposti a distanza irregolare e le loro basi sono ancora ben visibili. Si potrebbe anche pensare che in questi incavi fossero inserite delle erme. A circa x metri dallo spigolo NO si trova una traccia sul lastrone in pietra grosso modo corrispondente a quella per l’appoggio dei gradini sul lato occidentale. Si ritiene che qui poggiasse l’ultimo gradino di una scala che conduceva al piano superiore oppure al piano di calpestio del portico stesso.

Autore: Maurizio Buora, mbuora@libero.it


[1] Zaccaria 2003.

[2] Si tratta con tutta evidenza della chiesa nota comunemente con il nome di S. Polo, dedicata a S. Paolo apostolo. Essa sorge in una zona che fu interessata da forti interventi urbanistici quattrocenteschi (la c. d. nuova palazzada) e la stessa chiesa ne fu investita, per cui è forse possibile supporre che proprio in quest’epoca l’antica lapide romana possa essere stata inserita nella sua muratura.

[3] Zaccaria 2003.

[4] Groh 2011.

[5] Bertacchi 1990.

[6] Bertacchi 1995, p. 123: largo circa m. 12, in nota “le misure sono orientative, dato che le strutture si presentano irregolari, perché conservate esclusivamente in fondazione”.

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