RIVE D’ARCANO (Ud), Castello di Tricano.

L’attuale castello duecentesco è sorto sulle strutture di una precedente costruzione fortificata forse anteriore al X sec.. Durante il Medioevo si chiamò “di Tricano” per via dei tre cani neri presenti sullo stemma nobiliare dei feudatari.
Nel periodo feudale, verso il Mille, quando Enrico lV° imperatore di Germania, con la Bolla del 3 aprile 1077 riconosceva come Libero Stato il “Patriarcato di Aquileia” la “Patria del Friuli”.
Seguirono poi gli imperatori Ottone I°, II°, e III°. Ottone II° nel 1161, per i servigi resi, investi un certo “Leonardo”, di terreni allodiali, cioè beni non soggetti a nessun obbligo feudale, circa 200 ettari delle colline esistenti sulla sponda sinistra del Corno, ponendo dalla località ponte Pieli, e seguendo il rio Patoc fino al “Castelliere” a valle dell’attuale abitato di Arcano Inferiore; inoltre con diritto di pesca e sfruttamento delle acque del Corno. Leonardo, che proveniva da Passau, citta della Baviera, apparteneva alla famiglia reale della Croazia, si costruì una prima residenza fortificata sul crinale delle rive del Corno, dov’è attualmente la chiesetta di San Mauro, e si fece chiamare “Leonardo di Corno”, adottando lo stemma – Scudo con scacchiera “Bianca e Rossa” -, cioè quello della Croazia.
Quindi per un certo periodo i castelli erano due, Arcano di Sopra e Arcano di Sotto, quest’ultimo, come si é detto era nei pressi della chiesetta di San Mauro, e dopo le distruzioni causate dagli Ungari fu ricostruito, però é stato completamente fatto distruggere dal Patriarca Nicolò di Lussemburgo, il quale per ritorsione in seguito all’uccisione del Patriarca Bertrando di Aquileia avvenuta nel 1350 nella piana della Richinvelda, fece distruggere tutti i castelli dei congiurati nell’imboscata a Bertrando.
Leonardo ebbe 2 figli, Bertoldo e Ropretto. Il castello è stato più volte danneggiato e in parte distrutto dagli Ungari, Bertoldo continuò a mantenere la sua residenza nel vecchio fortilizio continuando a chiamarsi Bertoldo di Corno, mentre Ropretto costruì la sua residenza fortificata “Su più alte e sicure rive” e si fece chiamare Ropretto di Tercano e poi di Tricano, ed aveva aggiunto allo stemma a fianco della scacchiera 3 cani neri, essendo il cane simbolo di fedeltà, i 3 cani erano il simbolo di “fedelissimo”, al Patriarca, all’Imperatore e al Papa, e i due ordini di mura del nuovo castello (1238), sono sormontate da merli quadrati, cioè “Guelfi”. Di queste notizie è fatto cenno nello scritto del canonico Degani in occasione delle nozze del conte Orazio d’Arcano nel 1897, e dal cardinale Antoniutti in occasione delle nozze della contessina Elena d’Arcano nel 1922. Il conte Orazio e morto all’età di 80 anni, il 9 agosto l929, e non avendo avuto figli maschi, il ramo principale degli Arcano si é estinto dopo quasi 900 anni.
L’attuale castello sito su di un poggio naturale posto a fianco del colle di Fratta, domina tutta la spianata verso San Daniele, protetto da possenti mura e da una torre portaia, davanti alla quale c’era un fossato alimentato dall’acqua in parte di sorgente del vicino rio, ed esisteva il ponte levatoio per accedere all’interno del primo cortile attraverso la torre portaia che si innalza per una dozzina di metri. Su questa spiccano in rilievo gli stemmi della casata, primo quello degli scacchi con i tre cani diviso in due parti uguali, che sta a significare Arcano di Sopra e Arcano di Sotto. Il secondo stemma sito sulla successiva volta, è stato nuovamente elaborato, quando nel 1420, al Patriarcato di Aquileia è succeduto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia, e venne tolto il potere temporale al Patriarca.
Gli Arcano fecero atto di sottomissione e fedeltà alla Serenissima, ed essendo stati Gonfalonieri e porta Vessillo del Patriarca, fecero supplica al Doge di poter aggiungere allo stemma nobiliare metà dell`Aquila Patriarcale, ottenendone l’assenso, quindi lo stemma è stato così composto: “Tre cani neri, gli scacchi bianchi e rossi e meta dell’aquila”.
Alla torre d’ingresso è collegato il primo ordine di mura merlate dell’altezza di 6/7 metri che si snodano per una circonferenza perimetrale di circa 400 metri, sul fianco verso la spianata dove la vista spazia da Spilimbergo a San Daniele e sullo sfondo l’arco alpino, esiste la torre di vedetta.
All’esterno delle mura esistono ripidi pendii che le rendono irraggiungibili, all’interno, terrapieni a ridosso delle mura per evitare sfondamenti con testate d’ ariete; la torre portaia è senza la chiusura del muro perimetrale verso l’interno, questo per evitare che in caso di accesso nella torre servisse come luogo e punto di offesa e difesa degli invasori.
Dopo il cortile, il secondo ordine di mura merlate con all’interno il passo di ronda, insomma il tutto scientemente pensato, realizzato e rivolto alla massima difesa, compreso il pozzo all’interno del secondo cortile, che attinge l’ acqua dall’esistente falda freatica che alimentava il pozzo del cortile interno di fronte al mastio e anche il fossato di protezione di fronte all’ingresso, dove esisteva il ponte levatoio.
Al castello è legata la misteriosa vicenda di Francesco d’Arcano che nel 1635 aveva sposato Todeschina di Prampero e l’uccise a pugnalate per gelosia (o più probabilmente per liti sull’amministrazione della dote). Todeschina prima di morire scrisse col sangue le sue iniziali “TP” su un muro del castello; queste erano ancora visibili fino al 1976. Francesco fece murare il cadavere che fu ritrovato agli inizi del Novecento durante lavori di restauro.
Le strutture del castello sono ben conservate con la notevole doppia cinta muraria, il fossato, la torre porta dove un tempo vi era il ponte levatoio di legno.
All’interno vi sono la domus residenziale, con le bifore duecentesche, e gli edifici rustici annessi.
Negli ampi saloni dell’interno si conservano ritratti di alcuni importanti antenati, di cui uno datato 1480, con le figure di Bartolomeo e Francesco, insigniti dell’ordine cavalleresco di Malta. Si può ammirare anche una Madonna col Bambino e santi, opera di scuola del Pordenone. Sobri stucchi settecenteschi decorano qualche ambiente; si conservano ancora i caratteristici caminetti in marmo; e nella seconda sala a pian terreno ci sono affreschi raffiguranti paesaggi campestri.
Curioso è il ritratto di un maggiordomo di corte, posto nell’atrio, con l’iscrizione “Angelo Candussio, servì fedelmente e bevve terribilmente. Nato 1710 “.
È forse il castello che rispecchia maggiormente la tipica vita castellana friulana del tardo medioevo, conservando le strutture difensive e mostrando gli adattamenti degli interni nel riutilizzo come residenza ed impresa agricola nel passare dei secoli.

Info:
Via Castello d’Arcano, 1; proprietà privata, visitabile su richiesta al n. 0432 809 018.

Fonte: www.comune.rivedarcano.ud.it

[ STAMPA SCHEDA IN PDF ]
Periodo Storico: Basso Medioevo
Localizzazione Geografica

© 2014 Archeocarta Friuli Venezia Giulia - Realizzato da Mediares S.c.