RUDA (Ud), fraz. Perteole, Reperti romani (reimpiego).

All’esterno e all’interno della chiesa dei Santi Andrea e Anna sono visibili alcuni reperti romani reimpiegati nella fabbrica dell’edificio in età medievale probabilmente quando, nel XIII sec., la chiesa assunse la forma attuale; gli scavi condotti nel 1990, hanno, però, evidenziato che l’edificio di culto si è sovrapposto alle rovine di un complesso tardo-romano distrutto da un incendio, nel corso dell’età carolingia (IX sec. d.C.), periodo in cui l’intensa attività edilizia si avvalse di materiale di epoca romana.
Non si conosce il luogo di provenienza e quindi si ipotizza o da una necropoli locale o da Aquileia.

Due frammenti di iscrizione in calcare sono murati nello spigolo esterno di N-E della navata. Si tratta di due porzioni (A e B) della parte destra di un monumento spezzato ai fini del reimpiego. Mentre il frammento A, posto in verticale, è integro in tutti i lati, quello B è irregolare. La scrittura appare accurata e le apicature sono a forma di triangolo schiacciato.
Il testo epigrafico completo, formato dall’unione dei due frammenti, presenta una serie di cognomina al nominativo che ricordano nove personaggi diversi.
L’iscrizione si inserirebbe nel novero degli elenchi di collegia e dovrebbe essere riferita ad un sepolcro o ad un’area destinata alla sepoltura dei componenti del collegio. Inoltre viene indicata come opera di un’officina lapidaria aquileiese attiva tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del I sec. d.C..

Un frammento verticale di cippo in calcare con iscrizione è riutilizzato esternamente nella parete nord della chiesa.
La scrittura è abbastanza accurata e le terminazioni delle lettere sono a triangolo schiacciato; il solco è a sezione triangolare.
L’iscrizione, parziale, su tre righe, conteneva l’indicazione delle misure dell’area funeraria e potrebbe essere datata al I sec. d.C.

Un cippo centinato in calcare è riutilizzato nel gradino che separa la navata dal presbiterio vecchio della chiesa.
La superficie della fronte, in gran parte scalpellata forse all’epoca del reimpiego, era stata originariamente martellinata ed, in seguito, levigata come si vede nella parte scritta; la zona inferiore destra del cippo è mancante.
La scrittura appare accurata e ben incisa con apicature e puntuazione triangolare.
L’iscrizione conserva solo l’ultima riga del testo con l’indicazione della pedatura, ovvero delle misure dell’area riservata al sepolcro.
Il cippo sarebbe opera di una maestranza aquileiese attiva probabilmente nel I sec. d.C..

Il frammento terminale sinistro di un fregio in calcare di cui si conservano due metope e un triglifo è reimpiegato in orizzontale nella muratura della parete di fondo, a destra dell’attuale altare. Il triglifo presenta una forma quasi quadrata ed è delimitato superiormente e inferiormente da un largo listello.
La metopa di sinistra reca al centro una patera umbilicata (oggetto d’uso religioso e sacrificale), mentre quella destra, scalpellata probabilmente prima di stendere la malta che avrebbe costituito la base per l’affresco duecentesco, rivela la presenza dei due lembi di una taenia sacrificale liscia e della parte inferiore del muso di un toro o di un bucranio.
Secondo la Blason Scarel il soggetto del fregio trova confronti con esempi di Aquileia e Pola, ma per la fattura della testa taurina il confronto più immediato è quello con il fregio dorico dei Dioscuri di Este. Inoltre, sempre secondo la studiosa, il manufatto di Perteole dovrebbe appartenere ad un monumento sepolcrale di notevoli dimensioni e fu opera di una officina aquileiese sensibile ad influenze di esperienze artistiche maturate in altre aree.
Un altro fregio dorico simile a quello di Perteole si trova al museo archeologico di Piacenza.
Secondo la Blason Scarel l’esemplare in questione si colloca nell’età augustea.

Un elemento di cornice in calcare, pertinente all’architrave curvilineo di un grande monumento funerario a base circolare, è collocato a destra dell’attuale presbiterio, appoggiato al pavimento.
E’ stato trovato durante gli scavi del 1990, tra le fondamenta dell’arco santo, poggiata su un muro di ciottoli tardoromano o altomedievale. Il frammento venne reimpiegato una prima volta in un’epoca imprecisata a causa delle sistematiche spoliazioni dei sepolcreti romani sia quelli locali, posti lungo la strada romana diretta ad Emona, passante da queste parti, sia quelli di Aquileia; poi, in età medievale, demolita anche la nuova opera cui era stato reimpiegato, fu inserito nelle fondamenta dell’arco santo della costruenda chiesa dei SS. Andrea e Anna.
L’elemento consta di un unico blocco, spezzato da un lato, integro dall’altro, con tre incavi, due dei quali sulla parte sommitale, di cui uno a base quadrangolare e recante tracce di colapiombo per il fissaggio con grappa piombata; l’altro è un’incassatura sagomata a coda di rondine per il sollevamento con i forfices (pinze interne).
L’incavo realizzato alla base, secondo la Blason Scarel, sembra il frutto di un primo riutilizzo dell’elemento di cornice, il quale venne fissato con una grappa metallica.
La cornice è decorata da una serie di modanature: gola dritta, gola rovescia, listello, becco di civetta, becco di civetta, listello, gola rovescia.
La faccia inferiore, secondo la Blason Scarel, fu probabilmente martellinata dopo il riutilizzo.
Secondo la studiosa il frammento apparterrebbe ad un mausoleo ad edicola circolare anche in base al confronto con due monumenti aquileiesi e si deve collocare non oltre la metà del I sec. d.C..

Alcune porzioni di elementi di recinzione di area sepolcrale in calcare sono collocate all’interno ed all’esterno della chiesa.
Sono state trovate nel 1990, tre posizionate attorno alla fondazione dell’altare e messe in opera alla rovescia; apparivano più alte rispetto al retrostante lastricato e costituivano un gradino, poco rilevato, d’accesso all’altare. Una quarta, anch’essa messa in opera alla rovescia, formava la soglia d’ingresso al presbiterio del lastricato medievale.
Durante lo stesso scavo ci si accorse che, nel settore sud, il lastricato apparteneva alla fase carolingia della chiesa e si era sovrapposto ad una struttura romana della quale si rinvennero due pietre ora ricoperte dal pavimento moderno: una lastra rettangolare (103 x 53 x 15) fessurata per l’effetto di un incendio e tangenziale al gradino del presbiterio ed un grosso pietrone rettangolare.
Le porzioni degli elementi di recinto sepolcrale sono con o senza traccia dell’incavo per il fissaggio con grappe metalliche.
Tutte presentano le superfici bocciardate grossolanamente, ma alcune risultano più sbrecciate.
Si datano, con ogni probabilità, al I sec. d.C..

Nella chiesa sono stati reimpiegati anche altri reperti romani scoperti nei due saggi del 1989 ed ora non più visibili: un frammento marmoreo, modanato, di un elemento architettonico romano che formava, con altre pietre, il basamento di un altare nell’angolo di N – E e tre grossi frammenti di una colonna tortile romana che, con altri frammenti minori, riempivano una buca a S – O, in prossimità della porta d’ingresso della chiesa (ora sono al Museo Archeologico di Aquileia e, secondo la Blason Scarel, sono rinascimentali).
Visto la numerosa presenza di reperti romani, si è capito che la chiesa è stata costruita sulle rovine di un edificio tardoromano, distrutto da un incendio e sono state utilizzate anche altre spoglie, forse provenienti da qualche villa vicina.

 

Bibliografia:

M. BUORA, S. Andrea di Perteole. Storia di una chiesetta, «Sot la nape», XXXVI, 2, settembre 1984, pp. 13-33.
P. LOPREATO, La chiesetta di S. Andrea ed Anna di Perteole, «Forum Iulii» 14, 1990, pp. 69-74.
S. BLASON SCAREL, Due interessanti frammenti di sepolcro romano dalla chiesetta di Perteole, «Alsa», 9, 1996, pp. 26-32.
S. BLASON SCAREL, Un tesoro a Perteole: la chiesa dei SS. Andrea e Anna: campagne di scavo 1989-1990, a cura di P. Lopreato e S. Blason Scarel, Rive d’Arcano (Ud) 2000.
P. LOPREATO, La chiesetta di S. Andrea ed Anna di Perteole. Relazione di due saggi di scavo (1989), in Un tesoro a Perteole: la Chiesa dei SS. Andrea e Anna. Campagne di scavo 1989-1990, a cura di P. Lopreato e S. Blason Scarel, Rive d’Arcano (Ud) 2000, p. 8.
A.GARGIULO, Sul reimpiego medievale del materiale lapideo nel territorio del Patriarcato di Aquileia, «Quaderni Friulani di Archeologia», n. 1 anno XII dicembre 2002, pp. 155-166.

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