TALMASSONS (Ud). Chiesetta di S. Silvestro.

Il nome non può che derivare da “Mans”, i grandi appezzamenti di terreno che i consoli romani  davano ai vecchi e valorosi soldati. Probabilmente uno di questi era Flaminus, da cui Flumignano (forse lo stesso Caio Flaminius, generale, tribuno della plebe nel 232 a.C. e console 9 anni più tardi) anche se sono molti i sostenitori di una derivazione da flumen, visto che a poca distanza dalla frazione passa il Cormor.
In tal “mans” comunque, deve essere stato ripetuto spesso, a tal punto che, a poco a poco, tutti hanno cominciato a chiamare Talmassons quel villaggio sorto in zona fertilissima per la ricchezza di acqua di risorgiva e per la vicinanza di una antichissima via come la Stradalta pavimentata dai romani con il nome di via Postumia. Lungo il suo selciato sono state scoperte 2 necropoli, una a incinerazione e una a inumazione, mentre un piccolo insediamento è venuto alla luce nei pressi della chiesetta cimiteriale di San Silvestro.
Nel corso di ricerche svolte nel 1984 venne individuato un affioramento piuttosto concentrato di materiale laterizio di età romana nei terreni posti lungo il lato settentrionale del cimitero, presso la chiesetta di San Silvestro. L’unico ritrovamento significativo fu un peso da telaio in terracotta, che ora si conserva al Museo Archeologico Nazionale di Cividale.
I dati allora raccolti sono stati confermati dalle recenti ricognizioni di superficie, che hanno anche permesso di verificare l’estensione delle evidenze archeologiche – costituite prevalentemente da frammenti di tegole e di coppi – anche nell’area immediatamente ad est rispetto al muro di cinta del cimitero. Funge da indicatore per l’inquadramento cronologico del sito un asse coniato dopo la morte di Faustina I, moglie di Antonino Pio (141 d.C.), a cui si affianca un’altra moneta databile all’età alto-imperiale, purtroppo non più leggibile; i materiali documentati non consentono invece alcuna ipotesi interpretativa riguardo alle caratteristiche tipologiche delle strutture sepolte.
Ricchezza d’acqua, si diceva poc’anzi, e infatti a Flambro nasce lo Stella e già questo evidenzia l’importanza della terza frazione, peraltro la più importante storicamente, al punto da offuscare fin dalle origini quello che in seguito diventerà il capoluogo. Perché di “Plebs Flambri” si accenna fin dal 1126, in un diploma del Capitolo di Aquileia e torna a comparire nel 1258 quando Corrado e Rodolfo di Savorgnan trasferiscono al patriarca Gregorio di Montelongo il castello di Flambro e la villa d’Isernicco, l’attuale Flambruzzo in comune di Rivignano.
Flambro era una “Pieve matrice“, vale a dire che aveva il diritto di crearne di nuove nelle terre da colonizzare, probabilmente quelle a nord della linea delle risorgive.
Talmassons, come Bertiolo, stava sotto quella pieve e potè staccarsi solo nel 1339 quando il paese fu dato in feudo al nobile cividalese Corardo Bojani. Era Flambro, insomma che comandava e viveva protetta da una “cortina” in prossimità della chiesa di Santa Maria (vedi scheda specifica) annunziata fino al 1346 quando fu distrutta, mentre Talmassons, come il resto dei paesi della zona, subì tutte le angherie delle invasioni turche, la più grave fu quella del 1477 che cancellò per sempre l’abitato di Sanvidotto. È curioso ricordare che, nonostante la distruzione, la comunità continuò a sopravvivere virtualmente fino al 1806 con assemblee periodiche degli abitanti per l’amministrazione della chiesa di Sant’Antonio (esistente) e dell’annessa confraternita.
L’importanza di Flambro è tutt’ora testimoniata dai toponimi: c’è una piccola apparentemente insignificante via Dolè, nella frazione, che nasconde un’importanza storica notevole. È la contrazione del toponimo via d’Aulee, sicuramente via d’Aquileia, cioè la strada che, partendo da Flambro, conducevano al centro più forte dell’epoca romana. Le vicende storiche portarono Flambro (che apparteneva al territorio di Belgrado), prima ai patriarchi di Aquileia, con l’atto di donazione di papa Alessandro III del 1174, quindi alla Contea di Gorizia nel 1258 finchè la morte senza successori di Leonardo, ultimo conte, nell’anno 1500, diede occasione all’imperatore Massimiliano d’Austria di inglobarne le terre, nonostante le ferree proteste della Repubblica Serenissima che nel frattempo era subentrata al Patriarcato. Venezia dovrà attendere poco, il 1512, per acquisire la contea di Belgrado e quindi anche Flambro che verrà donata alla famiglia Savorgnan per i servizi prestati in particolare nella difesa di Osoppo contro il conte Frangipane alleato all’Austria.
A Flambro i Savorgnan, oltre a ricostruire la cortina difensiva smantellata nel 1346, trasformano la villa già esistente in luogo di ozi, delizie, convegni e banchetti.
Dal suo portone parte una strada tutt’ora esistente anche se ormai poco praticata, che arrivava direttamente fino a Udine. Nel 1797 c’è il trattato di Campodormido e Talmassons finisce sotto l’Austria dove rimane fino al 1866 quando il territorio diventa italiano.
La rete viaria antica
Fino a poco tempo fa si riteneva che la bassa pianura non fosse sostanzialmente stata interessata dall’opera dei coloni e dei gromatici romani, impediti dalla natura paludosa o comunque difficile del terreno. Recenti studi hanno tuttavia messo in luce tracce di centuriazione anche in questo territorio; evidentemente la sistemazione agraria romana è stata in questi luoghi cancellata dai mutamenti provocati dalla natura e dalle ripetute opere di bonifica, forse soprattutto dall’imperversare delle acque in epoca medioevale.
L’orientamento della rete stradale è rimasto sostanzialmente immutato nella parte settentrionale del territorio, dove rispecchia tuttora quello della centuriazione romana. Non così a valle, nei quali luoghi, se esisteva un tracciato parallelo a questo, ovvero a cardini e decumani, esso è quasi del tutto scomparso. Vi si nota invece una serie di strade parallele, che salgono da sud a collegare quelle aree con il nord; si tratta di tracciati documentati fin dall’epoca medievale, quando evidentemente supportavano il traffico commerciale fra le due aree.
Il fatto, tuttavia, che gran parte di esse portino il nome di “levada“, fa supporre che si tratti di strade costruite in epoca romana, magari tarda o tuttalpiù in età alto-medievale, essendo tale nome diventato successivamente improduttivo. Possiamo dunque elencare la Strada comunale detta Levada che da Torsa conduce a Talmassons e le due “levade” di Flambro: la Gran Levada o La Grande, anticamente di maggiore importanza, e la Piccola Levada o La Picule. Ambedue congiungevano Flambruzzo a Flambro e da esse hanno preso il nome svariate rogge e molti terreni; ritengo peraltro, per motivi che non è qui opportuno dilungarsi ad illustrare, che esse abbiano avuto una fondamentale funzione nello sviluppo della villa di Flambro e nel far acquisire importanza tale al luogo, da farlo divenire sede di una pieve già dal X secolo all’incirca.
Numerose altre “levade” percorrevano la bassa pianura con lo stesso orientamento; possiamo senz’altro ricordare quella che univa Castions di Strada con Marano, posta immediatamente a est del territorio di nostro interesse; un’altra ancora è la Levatta, situata invece appena a ponente del territorio indagato e che da Virco porta a Flambruzzo.
Un posto particolare, nel discorso riguardante la rete viaria antica, occupano la Stradalta, già Postumia e la strada, parallela a questa ma dislocata un chilometro più a valle, sulla quale sono situati i paesi; attualmente è conosciuta come Strada provinciale Ungarica, ma non va confusa con la Ungaresca, che coincide con la Stradalta e fu così chiamata in seguito alle scorrerie cui gli Ungari sottoposero il Friuli nel IX secolo. Assunse il nome di “Stradalta” proprio per distinguersi da quella parallela posta poco più a valle, che attraversa i paesi e si presume di poco più antica. La storia della “Stradalta” risale al periodo romano ed è legata alle più grosse vicissitudini della media pianura friulana.
Nel corso di ricerche svolte nel 1984 venne individuato un affioramento piuttosto concentrato di materiale laterizio di età romana nei terreni posti lungo il lato settentrionale del cimitero, presso la chiesetta di San Silvestro. L’unico ritrovamento significativo fu un peso da telaio in terracotta, che ora si conserva al Museo Archeologico Nazionale di Cividale.
I dati allora raccolti sono stati confermati dalle recenti ricognizioni di superficie, che hanno anche permesso di verificare l’estensione delle evidenze archeologiche – costituite prevalentemente da frammenti di tegole e di coppi – anche nell’area immediatamente ad est rispetto al muro di cinta del cimitero.

Bibliografia:
T. Cividini, Paola Maggi, Presenze romane nel territorio del Medio Friuli 6. Mortegliano Talmassons, 1999, p. 141.

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