TEOR (Ud). Varie evidenze di interesse archeologico.

Il territorio comunale di Teor è situato nel settore occidentale della bassa pianura friulana e rientra nel comprensorio del bacino dello Stella, il maggiore fiume di risorgiva ad est del Tagliamento, che ne costituisce parzialmente il confine comunale orientale. Proprio dall’attività del fiume Stella risulta influenzato il quadro pedologico, che presenta alternanze di componenti di natura sabbiosa e argillosa, unitamente a rare intercalazioni ghiaiose, dovute a più recenti contributi del Tagliamento, e a sporadici livelli torbosi.
Notevoli influssi si manifestano anche dal punto di vista geomorfologico, dal momento che la configurazione pianeggiante, normalmente uniforme nella bassa pianura, con una pendenza massima dell’1-1,5 % verso il mare, risulta interrotta in quest’area da depressioni conseguenti alla formazione di terrazzi da parte del sistema idrico Taglio-Stella. Le caratteristiche geomorfologiche e pedologiche rendono particolarmente fertile il territorio in esame, compreso entro una fascia di terreni meno umidi rispetto alla zona posta a nord (fascia delle risorgive) e a quella più meridionale (prospiciente alla laguna). Esso risulta, quindi, intensivamente sfruttato a scopo agricolo, fatto che determina la presenza di una fitta rete di canalizzazioni e di un sistema insediativo a prevalente carattere rurale sparso, ad eccezione del centro maggiore di Teor e degli agglomerati minori di Driolassa, Campomolle e Chiarmacis (vedi scheda a parte).
Le operazioni moderne di bonifica e di riordino agrario hanno inciso negativamente sulla conservazione e sulla stessa possibilità di lettura delle tracce della frequentazione umana antica, particolarmente per quel che riguarda i segni relativi alla centuriazione, cioè alla suddivisione romana del territorio in appezzamenti, i quali sono giunti ad un’obliterazione quasi completa nel comprensorio della bassa pianura. Un’analisi comparata tra la configurazione fisica attuale della zona considerata e quella antica permette di mettere in evidenza alcuni interessanti aspetti di difformità nella fisionomia dell’ambiente.
In primo luogo, si può osservare che la zona gravitante attorno allo Stella, in assenza di interventi umani, doveva essere caratterizzata dall’esistenza di ampi boschi e di paludi, determinate dall’abbondanza di acque di superficie non canalizzate: tali caratteristiche senza dubbio dovettero condizionare non poco le forme di stanziamento sul territorio.
Un’occupazione insediativa capillare ed uno sfruttamento economico intensivo dell’area furono pertanto possibili solo dopo l’arrivo dei coloni romani e la realizzazione di un’omogenea e sistematica organizzazione territoriale, che fu attuata mediante un rapido disboscamento per la messa a coltura delle terre e attraverso alcune altre imponenti opere di razionalizzazione, come la regimazione delle acque, la divisione catastale dei terreni e il tracciamento delle strade. Si trattò di un processo di crescita e di trasformazione, che modificò radicalmente la struttura del paesaggio, conferendogli l’aspetto di un agro fertile e ben coltivabile; ad esso corrispose un nuovo clima di stabilità economica e sociale che perdurò fino a tutta l’età altoimperiale.
Quando in epoca tardoantica e altomedievale gli interventi di controllo sul territorio vennero meno, la conservazione delle strutture antropiche divenne sempre più precaria e nelle zone abbandonate si ritornò ad un paesaggio di tipo naturale, con una ripresa del bosco. Una conferma in tal senso sembra offerta da un documento del 762 d.C., la Donazione sestense, che testimonia la presenza di silvae in Vetreto; a questo toponimo corrisponderebbe l’odierna località di Vedret, dove, grazie a sistematici interventi di scavo, sono state messe in luce alcune strutture abitative di età romana, frequentate fino al V sec. d.C. (cfr. sito n. 15).
Un secondo elemento di differenziazione tra il quadro ambientale antico e quello odierno riguarda l’assetto idrografico, la cui fisionomia per l’epoca preromana e romana è stata delineata con una certa precisione grazie a recenti indagini geologiche e storico-topografiche. A questo proposito, risulta di notevole interesse per la zona l’individuazione di un complesso sistema fluviale tra lo Stella ed il Tagliamento, lungo l’allineamento Rivignano – Modeano – Via Annia (attuale SS 14) e lungo l’asse Driolassa – Rivarotta. A tale sistema sono riferibili alcune depressioni, caratterizzate da terreno torboso, che sono da mettere in relazione con corsi d’acqua di tipo meandriforme. La sua formazione sembra collocabile in un’epoca genericamente definibile come preromana, anche sulla base di considerazioni di carattere archeologico, dal momento che all’interno di alcuni tratti degli alvei sono state rilevate tracce della centuriazione ed evidenze archeologiche pertinenti all’età romana (cfr. sito n. 11, relativamente agli scarichi dell’impianto produttivo). Ciò nonostante, la comprovata ubicazione di numerosi siti romani (cfr. siti no. 3, 6, 8, 9, 10, 11, 13) ai margini del suo percorso porta a pensare che la sua attività si sia prolungata oltre il periodo preromano e che i suoi alvei abbiano, almeno in parte, trovato utilizzazione in epoca romana come canali di raccolta e smaltimento delle acque o come vie di trasporto. In base all’ampiezza delle paleoanse individuate, analoga a quelle generate dal Tagliamento, sembra possibile ipotizzare che si tratti di un antico letto di questo fiume o di un suo ramo autonomo.
Il maggiore corso d’acqua attuale della zona, lo Stella, denominato dai Romani Anaxum, non sembra, invece, aver subito cambiamenti rilevanti dall’antichità ad oggi, mentre notevoli mutamenti hanno interessato il Varamus che Plinio ci indica come suo affluente. Se di questo fiume rimane il ricordo toponomastico nell’attuale Roggia di Varino, le difficoltà nell’accogliere i dati forniti dalla fonte letteraria sorgono dal fatto che oggi questa si getta nel Tagliamento e lo Stella non riceve l’apporto di alcun affluente di destra.
L’attendibilità della notizia pliniana è stata tuttavia confermata dalle ricerche geologiche, che hanno permesso il riconoscimento delle tracce di un paleoalveo che si distacca dalla Roggia per poi proseguire verso sud-est e confluire nello Stella all’altezza di Palazzolo, coincidendo nell’ultimo tratto con l’attuale Cragno. Tale antico letto fluviale, segnalato sul terreno da una striscia di torba, è da attribuire con un buon margine di sicurezza al Varamus e ad un certo momento venne completamente cancellato, verosimilmente a causa dello spostamento del corso del Tagliamento e delle sue ripetute rotte. Un ulteriore aspetto del territorio che è stato recentemente studiato e chiarito è rappresentato dalla centuriazione, che, come già accennato, costituì sostanzialmente un’operazione agrimensoria attuata dai Romani secondo moduli geometrici regolari, impostati sull’incrocio di linee (limites) perpendicolari, al fine di ottenere una suddivisione del territorio in lotti quadrati. Sebbene le tracce in questo settore della pianura friulana risultino quasi del tutto scomparse, una ricerca approfondita ha consentito di individuare anche qui, nell’attuale assetto pluristratificato del paesaggio, la sussistenza di alcune preziose testimonianze dell’antico catasto aquileiese, rivelando l’infondatezza dell’ipotesi avanzata da alcuni studiosi secondo la quale il territorio della Bassa non fu mai centuriato a causa delle difficili condizioni ambientali.
All’interno di questo contesto geografico, in particolare, è proprio l’area di Teor a presentare una delle maggiori concentrazioni di singoli elementi territoriali che ricalcano i limites centuriali; si tratta soprattutto di sentieri, di canali e di alcuni tratti del confine comunale con Rivignano, che se anche non permettono per la loro discontinuità di ricostruire un disegno unitario, manifestano, tuttavia, la loro appartenenza all’antico reticolo mediante precise corrispondenze con i moduli metrologici e di orientamento noti. Ricco e articolato si presenta il panorama delle testimonianze archeologiche relative all’epoca romana. Sulla base delle indicazioni fornite dalle indagini di superficie, sembra lecito pensare ad un territorio popolato abbastanza capillarmente e caratterizzato da strutture collegate con un’economia di tipo agricolo e produttivo intensivo.
Sono stati censiti in totale quindici siti, per i quali, talora, la lettura dei segni della frequentazione antica sul terreno ha consentito di giungere ad una definizione tipologica abbastanza puntuale attraverso alcune osservazioni sulle dimensioni dell’area di affioramento e sulla quantità e qualità del materiale rinvenuto in superficie. In due casi (cfr. siti nn. 11 e 15) il riconoscimento dell’esatta natura dell’insediamento è stato reso possibile grazie all’attuazione di mirate indagini di scavo.
Per la maggior parte, le evidenze risultano ricollegabili a strutture di carattere abitativo sparso. Per cinque di esse (cfr. siti nn. 3, 6, 8, 10 e 15), la particolare ampiezza dell’area e soprattutto la peculiarità dei reperti, che comprendono elementi di lusso chiaramente riconducibili ad ambienti residenziali (quali tessere di mosaico, lastrine di marmo, intonaco dipinto policromo, antefisse, ecc.), unitamente a ceramica fine da mensa in notevole quantità, permettono di risalire ad un preciso modello insediativo: quello della villa rustica, caratterizzata da una certa complessità strutturale e da impianti funzionalmente differenziati, distinti in un settore residenziale e in una parte produttiva. Nell’ambito di tale tipologia, il sito senza dubbio più ricco ed esteso doveva essere quello localizzato nella zona del Paludo, dove è venuto alla luce materiale di grande rilevanza sia per qualità che per numero (cfr. sito n. 10). Per altre otto realtà archeologiche (cfr. siti nn. 1, 2, 4, 5, 7, 12, 13 e 14), il tentativo di inquadramento tipologico risulta, invece, più problematico: l’assenza di elementi caratterizzanti porta a pensare ad edifici esclusivamente rustici, genericamente definibili come fattorie.
Tra i siti di maggiore interesse va senz’altro annoverato quello di Casali Pedrina (cfr. sito n. 11), dove, in seguito a ripetute indagini, è stato messo in luce un vasto complesso archeologico, composto da evidenze cronologicamente distinte e pertinenti a differenti destinazioni funzionali, prima fra tutte quella produttiva per la fabbricazione sia di materiale edilizio in laterizio che di prodotti in terracotta di un certo pregio. come sculture e antefisse.
Va poi segnalato il riconoscimento di due contesti di carattere funerario, localizzati ai margini di antichi impianti abitativi; essi sono identificabili con una tomba ad inumazione isolata del tipo “alla cappuccina (cfr. sito n. 6) e con un’area sepolcrale ad incinerazione (cfr. sito n. 11). Infine, completa il quadro delle evidenze un deposito di anfore, verosimilmente interpretabile come un’opera di drenaggio, rispondente ad esigenze di consolidamento del terreno in ambiente particolarmente umido (cfr. sito n. 9).
Dal punto di vista cronologico, la totalità dei siti archeologici risulta pertinente all’età tardo repubblicana – altoimperiale (seconda metà del I sec. a.C. – fine del I sec. d.C.), la quale sembra corrispondere al periodo di massimo sviluppo economico ed insediativo, anche sulla base dei dati riscontrabili nelle altre aree comunali indagate nel comprensorio dello Stella. Nel caso di tre siti (cfr. siti nn. 10, 11 e 15) si dispone di testimonianze che attestano una continuità (o una ripresa?) di frequentazione in epoca tarda (III-V sec. d.C.).

Bibliografia:
P. Maggi, Presenze romane nel territorio del Medio Friuli 5. Teor, 1999.

Fonte: http://www.comune.teor.ud.it

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