Una mappa topografica che indica la presenza di un villaggio protostorico alle pendici meridionali del monte Cucco, lungo la strada per malga Valmedan, nell’ambito del comune di Arta Terme.
La toponomastica del luogo è già un programma: 𝘾𝙟𝙖𝙧𝙨𝙤𝙫𝙖𝙡𝙖𝙨, 𝘾𝙟𝙖𝙨𝙪𝙚𝙡𝙖𝙨 oppure 𝘾𝙖𝙨𝙚𝙧𝙤𝙡𝙚𝙨, a seconda di chi lo pronuncia. Siamo in comune di Arta Terme, tra le frazioni di Rivalpo e Valle. Più precisamente nell’anfiteatro naturale creato dal rio Plombs ed un suo affluente di sinistra. Tra i due corsi d’acqua, una distesa di terrazzamenti, a quota 1300 metri s.l.m., che sembrano poco naturali.
La zona è frequentata fin dalla preistoria; vari ritrovamenti lo testimoniano. Tutta la Carnia è stata a più riprese “invasa” e “conquistata” da popoli arrivati da lontano, come i 𝘾𝙖𝙧𝙣𝙞 di origine celtica scesi dal nord, ad occupare tutta la pianura friulana, salvo essere ricacciati tra i monti dai Romani. Gli 𝙀𝙪𝙜𝙖𝙣𝙚𝙞 saliti da sud-ovest, a loro volta scacciati dai Carni. Gli 𝙎𝙡𝙖𝙫𝙞 in espansione dall’est, di cui restano tracce anche orali.
I toponimi che recano o alludono a termini come “pagàns” o “gàns” o addirittura “salvadis” in Carnia se ne contano molti. Sono stati oggetto di studio fin dal XIX secolo. Ne tratta Giovanni Gortani, zio di Michele, in un trattato sui “𝘗𝘢𝘨𝘢𝘯𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘓𝘦𝘨𝘨𝘦𝘯𝘥𝘦” del 1894; Giovanni Marinelli nella “𝘎𝘶𝘪𝘥𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘊𝘢𝘳𝘯𝘪𝘢” del 1898; Alfredo Lazzarini nel 1904, insieme a Luigi Gortani (padre di Michele), disegna la piantina, che vedete in foto, inclusa nel trattato “𝘓𝘦 𝘳𝘰𝘷𝘪𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘊𝘩𝘪𝘢𝘴𝘦𝘳𝘶𝘢𝘭𝘪𝘴 𝘪𝘯 𝘊𝘢𝘳𝘯𝘪𝘢”.
Tra i registri del capitolo di san Pietro in Carnia, datati 1408, viene ritrovato un necrologio stilato per indurre alla commemorazione di un defunto protratta nel tempo. Vi si citano “𝘪 𝘱𝘳𝘢𝘵𝘪 𝘢 𝘴𝘶𝘥 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘰𝘯𝘵𝘦 𝘊𝘰𝘤𝘤𝘰, 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘦 𝘊𝘢𝘴𝘢𝘳𝘰𝘭𝘦𝘴”. Tutti questi toponimi indicano abitazioni dismesse, diroccate ed ormai allo stato di ruderi. Quindi, se nel 1408 erano già ruderi, devono essere stati abitati ben prima.
Nei pressi di questo insediamento di “pagàns”, si trovano i resti di una “s𝘵𝘢𝘪𝘱𝘢”; un ricovero o rifugio, termine di origine longobarda, che le fonti storiche datano al 1550. La staipa era posta a nord, lungo uno dei terrazzamenti ricavati dai “pagàns”. Molto probabilmente non erano finalizzati a ricavare terreno per il pascolo, visti i notevoli salti da un terrazzo all’altro. Piuttosto, considerata anche l’esposizione a sud, erano terreni dedicati alle coltivazioni. Quel poco che poteva crescere a quella altitudine e stagionalità.
Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale i terrazzamenti di Cjarsovalas erano di proprietà quasi esclusiva delle famiglie di Valle. Ciò si può spiegare col fatto che l’edificazione della frazione di Valle è successiva a quella di Rivalpo. Evidentemente agli abitanti di Rivalpo i terreni scoscesi del Cucco non interessavano: si erano accaparrati già gli appezzamenti migliori e più promettenti. I suddetti terrazzamenti sono anche molto frazionati e non permettono l’edificazione di uno stavolo che servisse da ricovero stagionale per le famiglie che vi si fossero trasferite durante la stagione estiva.
Era abitudine, allora, spostare l’intero nucleo famigliare dal paese ai prati alpini, ad accudire le bestie al pascolo. Ma in assenza di strutture adeguate, i residenti dovevano salire e scenderne più volte a settimana. Gli unici animali destinati alle alte quote erano le manze, che potevano essere nutrite con erba di scarsa qualità. I terrazzamenti comunque erano fondamentali per l’economia di sussistenza delle genti di Valle: fieno, legname, frutti e funghi del bosco, cacciagione.
Testimoni narrano che nel 1930 i ruderi delle casupole diroccate erano ancora ben visibili.

Nel 2018 la Sovrintendenza Archeologia e Belle Arti finanzia una campagna di scavi e studi. Affidandosi alla cartina del Lazzarini, gli studiosi si concentrano su alcune delle casette di Cjarsovàlas, o meglio, ciò che ne resta. Sono tutte costruite secondo uno schema standardizzato: pianta rettangolare, con la base seminterrata ed i 4 lati rinforzati con muretti a secco, a formare uno zoccolo alto circa 1 metro. Dal lato settentrionale esce un corridoio, anche lui seminterrato, che termina con una scalinata che permette di raggiungere il livello del terreno. Le ipotesi più accreditate indicano una struttura esterna, che si appoggia sullo zoccolo in pietra, fatto di tronchi incastrati. All’interno dell’abitazione altri tronchi verticali sorreggono il tetto, in legno. I basamenti dei tronchi reggenti sono stati individuati, mancano invece indizi su suddivisioni in ambienti interni.
L’unica costruzione simile, in Friuli, con cui fare parallelismi e confronti, è 𝘊𝘢𝘴𝘵𝘦𝘭 𝘙𝘢𝘪𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰, a Forgaria nel Friuli. Ai “pagàns” vengono attribuite anche le tombe rupestri, cioè luoghi di sepoltura scavati nella roccia. come anche a 𝘓𝘢𝘶𝘤𝘰. Le loro datazioni storiche però sono difficili.
Durante la campagna di scavi a Cjarsovàlas vengono trovati pochissimi reperti, specie all’interno delle abitazioni. Nelle aree esterne, invece, qualcosa si trova. Ma in numero molto ridotto; si fa largo l’ipotesi di visite di tombaroli, comprovate anche da episodi reali di illeciti accertati dalle forze dell’ordine. In aggiunta, gli archeologi riscontrano un cambio di destinazione d’uso: da abitazione a carbonaia in tempi moderni, che ha ovviamente cancellato tutto ciò che c’era prima.
In sintesi, il sito restituisce 25/30 reperti attribuibili ai “pagàns”. Si tratta di chiodi metallici, un ferro per zoccolo di bovino, una lama di coltello, un acciarino, una guaina per un coltello di tipo “a serramanico”, 5 frammenti di ceramica. Tutti i reperti indicano un lasso temporale collocabile tra l’Alto medioevo (500 d.C. – 1000 d.C.) ed il Basso medioevo (1000 d.C. – 1492 d.C.).

Un villaggio analogo sorgeva anche nei pianori di Pornescjas ed in quello di Ventoluces, sopra il paese di Cleulis al di là del rio di Valle. Quello di Cjaserualis era però il villaggio più importante della valle.
Tre località incastonate tra i territori di Arta Terme e Paularo, accomunate dalle tracce lasciate “dai pagàns”, fanno parte di un progetto di valorizzazione storica. Da tempo si susseguono incontri nelle frazioni di Valle e Rivalpo, Cabia e Trelli, dove si è iniziato a ragionare ed a ricostruire le origini delle tre località alte, sconosciute ai più, che conservano i resti, ancora visibili seppure coperti dalla vegetazione, degli antichi abitanti delle vallate alpine, i leggendari pagàns, forse fuggiti in quei luoghi a causa di qualche invasione o per qualche catastrofe naturale.
Eliano Concina, assistente tecnico-scientifico della Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici, ha ipotizzato si trattasse anche di minatori del X-XI secolo portatisi in zona per sfruttare dei minerali ricchi di piombo già riscontrati nella località di malga Valmedàn. Un’ipotesi che dovrebbe essere confermata da un’eventuale campagna di scavi. E l’auspicio è che nell’iniziativa si possa coinvolgere Paularo, interessata in particolare per la località di Pornescjas.
Già a fine Ottocento erano state rilevate le presenze dell’uomo e pure la cartografia del secolo scorso ad opera di Alfredo Lazzarini ha localizzato ben 15 “casarole” (case di campo) in località Cjarsovalas.

DMF

Periodo Storico: Protostoria
Localizzazione Geografica
Visualizzazione delle schede relative a contesti archeologici visibili nell'arco di 5 km dalla località di partenza