Il Parco culturale di Castelraimondo riunisce le testimonianze archeologiche e storiche di un antichissimo passato in una cornice naturale di grande bellezza, offrendole al pubblico in una agevole passeggiata.
Il parco è stato realizzato dal Comune di Forgaria nel Friuli nell’ambito del Progetto della Comunità Europea Interreg II Italia – Austria.
Zuc ‘Schiaramont (m. 441 sul l.m.) domina un largo tratto del corso del Tagliamento, da Osoppo fino al mare, e della stretta valle dell’Arzino, che con un più breve e protetto percorso conduce alla valle del But, alla Carnia e ai passi alpini.

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Pianta del percorso del parco

Per la sua posizione elevata e strategica, la cima intermedia del colle fu sede di un villaggio fortificato in epoca preromana (IV sec. a.C.), trasformato poi in fortezza dai Romani (I sec. a.C. – V sec. d.C.). Più volte distrutto e ricostruito, nel periodo altomedievale fu rifugio dai pericoli per le popolazioni della pianura, poi sede stagionale per i pastori tornando infine all’uso agricolo nel X sec. d.C.
Fra XIII e XIV secolo sulla cima più bassa del colle (m. 428 s.l.m.) denominata Scja’Ramont, fu un castello, voluto dal patriarca di Aquileia Raimondo della Torre, per contrastare il rivale castello di Flagogna; dopo molte sanguinose lotte finì incendiato, distrutto e demolito. Con le sue pietre si dice furono costruite le case e le chiese dei borghi di Grap, Sac e Val.
La scoperta e gli scavi
Un’antica leggenda locale racconta che un vitello d’oro sarebbe stato nascosto sotto un albero del colle o da qui sarebbe stato gettato nell’Arzino. Notizie del rinvenimento di monete, ceramiche, ossa nell’area detta Pustota e Planc de la Fontana si ebbero già nel XIX secolo e furono raccolte nell’opera dell’erudito sacerdote di Forgaria G. Biasutti (1977).
Dopo qualche ritrovamento operato da appassionati locali, l’Istituto Italiano dei Castelli avviò un’indagine archeologica per recuperare e interpretare le strutture medievali, ma molte di queste si rivelarono molto più antiche di quanto si pensasse. Le ricerche passarono quindi all’Istituto di Archeologia dell’Università di Bologna, che dal 1988 al 1992 ha condotto campagne sistematiche di scavo. E’ stata così scoperta la grande casa, l’abitazione del quartiere artigianale e il murus gallicus, il primo caso di fortificazione di tipo celtico riconosciuta in Italia. Dal 1999, sempre sotto la stessa direzione scientifica, le ricerche sono condotte dall’Università di Parla, come cantiere – scuola per gli studenti di archeologia. Sono stati scoperti il quartiere artigianale con le attività metallurgiche e il muro di fortificazione sotto la grande casa, è stato curato il restauro di questa, il progetto del parco e le attività di divulgazione e scambio culturale previste nel programma Interreg II.

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Pianta della grande casa

Le difficoltà delle ricerche archeologiche a Castelraimondo sono molte: il forte pendio, la natura carsica della roccia, il bosco con le sue radici, gli scavi abusivi disturbano la stratigrafia archologica, di per sè molto complessa a causa della lunghissima continuità della vita nello stesso luogo e del riuso delle strutture nel tempo. Debbono essere applicate metodologie dìindagine avanzate, per estrarre il maggior numero di informazioni possibile. Inoltre alcune delle scoperte di Castelraimondo copntrastavano con le interpretazioni correnti (la presenza di elementi di cultura celtica in Friuli, di attività siderurgiche in età preromana e di fortificazioni a controllo del territorio nell’Italia romana, i rituali di seppellimento infantile) e sono state quindi più difficili da comprendere.
Una lunghissima storia: da villaggio fortificato a fortezza e a refugium.
L’insediamento sulla cima centrale dello Zuc ‘Schiaramont durò per 1400 anni, dal IV sec. a.C. al X sec. d.C.
Nel periodo preromano, fra IV e I sec. a.C. il villaggio controllava i percorsi commerciali della valle dell’Arzino e del Tagliamento e un vasto territorio a pascolo e bosco, in cui erano anche piccoli giacimenti di ferro (Monte Prat, Planc de la Fontana) che diedero luogo ad una attività artigianle metallurgica (quartiere artigianale, attività di riduzione del minerale ferroso, crogioli e forge). Una grande casa-santuario era la sede del potere politico e religioso della comunità. Ceramiche e ornamenti personali indicano che il villaggio era punto di contatto fra la cultura paleoveneta della pianura e quella alpina intrisa di elementi celtici.
Fra iII e I sec. a.C., in un momento storico di grandi tensioni fra il regno celtico del Norico, le popolazioni locali e i Romani sempre più interessati economicamente all’Italia settentrionale e all’Europa transalpina e che avevano fondato per questo la colonia di Aquileia (181 a.C.), venne costruito attorno al villaggio un grande muro di fortificazione. La tecnica edilizia usata, in terra, pietre e legno, è quella caratteristica delle popolazioni celtiche, che Cesare vide e descrisse un secolo dopo in Gallia e chiamò murus gallicus.

La torre romana

Nel I sec. a.C. il villaggio era già entrato nell’orbita della cultura romana: in questa fase troviamo anfore vinarie e ceramiche di importazione. La sua funzione strategica venne potenziata dai nuovi dominatori con la costruzione di una serie di torri di avvistamento e segnalazione, e articolati sistemi di terrazzamento e difesa che ne fecero progressivamente una vera e propria fortezza. Durante il regno di Augusto e di Tiberio, l’esercito romano combattè sul Reno e sul Danubio e un servizio postale (cursus publicus) e di segnalazioni ottiche consentiva all’imperatore e ai suoi comandanti di dirigere le operazioni dal quartier generale di Aquileia. Anche la grande casa-santuario venne ristrutturata, perdendo le funzioni religiose e comunitarie e diventando una residenza articolata su più piani. Nei successivi secoli II e III d.C., la pressione delle popolazioni barbariche verso l’Italia e gli episodi di sconfinamento resero sempre più importante il settore nordorientale e contribuirono a mantenere e potenziare il sistema di fortezze a controllo del territorio, e fra queste il nostro insediamento.
Intorno al 270 d.C. i tetti degli edifici (casa e torre) crollarono, forse per una tempesta. I restauri furono immediati e comportarono ampliamenti e migliorie. La fortezza fu attiva fino al 430 d.C. circa, quando venne attaccata, incendiata e distrutta. In quegli stessi anni, che vedono la discesa in Italia di Alarico, re dei Visigoti (401 d.C.) e di Attila, re degli Unni (452 d.C.) furono distrutte anche alcune importanti città del Nord Est come Emona (Lubjiana) e Julium Carnicum (Zuglio), centri minori (invillino) e ville rustiche ed anche la piazzaforte di Aquileia fu più volte presa e devastata.
Dopo qualche decennio di abbandono, i ruderi della fortezza furono rioccupati da una popolazione civile poverissima, che trovava qui rifugio dai molti pericoli della pianura. Entro le abitazioni convivevano uomini e animali, in una situazione di grande miseria e precarietà.
L’insediamento divenne sede solo stagionale di pastori e fu progressivamente abbandonato. Gli ultimi muri della grande casa crollarono per un evento sismico verso il 650 d.C.
Il colle divenne pascolo e bosco, e i ruderi della torre furono occasionalmente occupati dai fuochi di bivacco dei pastori.
Nel X secolo, in un periodo di forte ripresa demografica ed economica, un grande edficio di legno fu costruito sopra la grande casa, ormai completamente sepolta e dimenticata. L’insediamento si era spostato dal VII sec. d.C. a quota più bassa e più a est, soprattutto attorno alla chiesa di S. Agnese (Ca’ Toffoli), crollata nel XVII sec. e indagata da scavi archeologici nel 1988. Fra XIII e XIV secolo un castello occupò la cima più bassa del colle, verso ovest (Scja’Ramont).

La grande casa
La grande casa del IV sec. a.C., seminterrata, orietnata Nord-Sud, si articola in un lungo corridoio, esternamente affiancato da un piccolo portico, e tre ambienti: uno più piccolo, a destra, uno centrale che, sotto il pavimento, celava i resti del rito di fondazione ed uno in fondo, con un grande focolare ovale.
L’edificio, che appartiene alla tipologia della “casa alpina preromana”, è di dimensioni insolitamente grandi: 15 m x 7, rispetto alla media di 5m. x 4. La struttura è realizzata con un basamento in grandi pietre montate a secco, su cui poggiavano pareti di legno, di cui nulla resta. La copertura, in materiale vegetale (paglia o legno) era retta da un sistema di pali angolari che a loro volta poggiavano su pietre piatte angolari, alcune dele quali ancora visibili.
Al centro della casa, sotto il pavimento in terra battuta, sono stati trovati due cerchi di pietre, orientati Est-Ovest, contenuti in un più ampio giro di pietre, e alcune offerte votive: vasetti di ceramica e uno strumento magico-musicale d’osso: ynx (frullo, cerca-spiriti). I cerchi di pietre sono stati interpretati come rito di fondazione della casa e forse dell’intero villaggio, rito che tuttavia non ha finora confronti.
Fra le pietre del grande focolare erano i resti di 11 neonati (feti o morti nei primi giorni di vita), alcuni dei quali presentano tracce di interventi abortivi (excisione dell’anca per estrazione del feto), motivati da parti particolarmente difficili. L’uso di seppellire i neonati all’interno della casa è tipico delle popolazioni alpine preromane, soprattutto dell’area orientale (Trentino, Veneto, Friuli) e si interpreta come la volontà di mantenere all’interno del nucleo familiare tutta la forza vitale, di cui i bambini erano ritenuti espressione.
Agli inizi del I sec. d.C., sotto il regno di Augusto, la grande casa preromana fu ristrutturata per le nuove esigenze di qualità della vita portate dalla romanizzazione. Fu realizzato un pavimento in malta, probabilmente ricoperto da tavole lignee, e la copertura vegetale fu sostituita da un tetto in tegole e coppi. Fu anche eliminato il grande focolare, disperdendo incosapevolmente parte dei resti dei neonati che vi erano sepolti: questo segnala un cambiamento radicale di cultura, e probabilmente una sostituzione degli abitanti indigeni con altri, che non ne conoscevano le tradizioni e i riti.
Intorno al 270 d.C. (datazione da monete dell’imperatore Probo e Quintilio) il tetto di questo edificio crollò parzialmente all’interno della casa, forse per un nubifragio, così come accadde alla torre (?). L’edificio fu subito restaurato e ristrutturato, rialzando il pavimento, unificando i due ambienti centrali e ponendosi in comunicazione, tramite una scala, con una struttura a livello superiore. I nuovi muri furono legati con malta, le pareti furono intonacate. Armi e ornamenti segnalano la presenza di abitanti di rango militare.
Intorno al 430 d.C. l’edificio, così come tutta la fortezza, viene incendiato e distrutto. I resti furono abbandonati per qualche decennio e invasi dalla vegetazione, come ci rivelano le indagini sui pollini dello strato di abbandono.
Alla fine del V sec. d.C. i ruderi vengono rioccupati da una popolazione civile molto povera, che vive in questo rifugio riallestito alla meglio. Uomini e animali convivono negli stessi spazi, provocando la formazione di uno strato di terreno nerissimo, ricco di residui di pasto e ceramiche, tecnicamente chiamato dark earth, tipico degli insediamenti di epoca altomedievale, in un quadro di generale crisi e cambiamento degli usi di vita. Questo tipo di abitati – refugia- è frequente e noto nelle Alpi orientali, in Slovenia e in Austria: generalmente sorgono attorno ad un edificio religiooso cristiano, che rappresenta l’unica autorità rimasta nel generale dissolvimento dell’impero. Non sembra essere questo il caso di Castelraimondo: qui l’unica traccia di cristianizzazione è una piccola croce incisa su di una pietra, fra i ruderi dello spalto superiore, dove una buca di palo accoglieva, forse, una croce di dimensioni maggiori.
Fra V e VI secolo questo rifugio, sede stagionale di pastori, venne progressivamente abbandonato. Alla fine del VII secolo l’angolo Nord-Est, ancora in piedi, crollò per un terremoto che abbattè anche altri ruderi del colle.
Fra IX e X secolo, il miglioramento climatico e l’assestamento politico provocarono condizioni favorevoli ad una ripresa economica ed anche demografica. In questo quadro si colloca la costruzione di una grande casa di legno, di cui resta solo l’impronta in negativo sul balzo roccioso nord dell’edificio. La nuova costruzione è oltre un metro al di sopra dei resti delle fasi precedenti, ormai completamente sepolti. L’edificio aveva sia funzioni abitative (ceramiche) sia di fienile (pollini di erbe fiorite riconosciuti dalle analisi dei sedimenti). Fu distrutto da un incendio, dopo qualche decennio. Da quel momento, questo luogo, denominato Pustòta (cioè luogo abbandonato) restò per sempre a pascolo e a uso agricolo.

Fonte: Depliant realizzato dal Comune

Info:
Il sito archeologico di Castelraimondo è attrezzato a parco archeologico (sempre liberamente accessibile – per visite guidate, tel. 0427 809091, con percorsi di visita, con zone di sosta dove il visitatore si può fermare per apprezzare pienamente le evidenze, e numerosi pannelli esplicativi. Le strutture antiche sono dotate di copertura di protezione)
I numerosi reperti sono visibili in un’esposizione permanente allestita nel vicino capoluogo di Forgaria nel Friuli, nel Palazzo del Comune (vedi scheda specifica).
PARCO ARCHEOLOGICO DI CASTELRAIMONDO – Via Coletti – Forgaria nel Friuli – Raggiungibile a piedi da Piazza Julia. – ACCESSO LIBERO
Percorso segnalato ed arricchito da pannelli esplicativi.

tel. 0427 808042 – tel. 0427 808136
e-mail: protocollo@com-forgaria-nel-friuli.regione.fvg.it
sito internet: http://www.comune.forgarianelfriuli.ud.it

Vedi anche: http://www.quaderni.archeofriuli.net/wp-content/uploads/QFA-27-Bonini-Matteoni.pdf

Vedi anche: Marco Cavalieri (in Res Antiquae, 2010), Le Alpi orientali dei versante italiano tra età dei Ferro e tarda Antichità. Sintesi storica in funzione dei più recenti dati archeologici a Castelraimondo.

Vedi anche: Marco Cavalieri (in “L’Universo”, 2002), Gli insediamenti minori romani in area alpina orientale. Il caso di Castelraimondo di Forgaria nel Friuli.

Periodo Storico: Protostoria
Localizzazione Geografica