Fra i rari ritrovamenti diripostigli monetali documentati, avvenuti nel territorio di Monfalcone, solamente di uno ci è pervenuta un’ampia e minuziosa descrizione da parte di Alberto Puschi, studioso di antichità istro-giuliane nonché erudito numismatico. Egli pubblicò nel 1893 le risultanze di uno studio sulle singole monete sulla “Rivista italiana di numismatica” e nell’anno seguente sulla rivista di archeologia ed antichità, edita a Trieste e denominata “Archeografo triestino”, con un’esposizione ancora più esauriente e dettagliata, grazie all’opportunità di aver potuto esaminare delle monete in possesso di privati.
Tale ritrovamento avvenne per caso a Monfalcone nei primi giorni di maggio 1893 nella via del Duomo, tra l’area un tempo occupata dal palazzo dei Patriarchi e le antiche mura di cinta della città, mentre alcuni operai stavano scavando una fossa nei pressi del sito dove sorgeva l’antica porta che conduceva verso la marina.
A circa un metro di profondità venne alla luce una pentola di terracotta scura contenente circa 2.200 monete medioevali d’argento. Circa 600 vennero subito disperse tra i lavoratori, mentre le altre 1.600 vennero depositate in Municipio per conto del Consorzio costruttore dell’edificio, che con un articolo del contratto d’appalto si era riservato il diritto di proprietà su tutti gli oggetti che venissero eventualmente trovati durante gli scavi: infatti sembra che in precedenza, fossero già state trovate altre monete nella stessa area.
Queste 1.600 monete vennero in seguito distribuite tra i soci del Consorzio a seconda del numero delle azioni possedute, ad eccezione degli esemplari più rari e meglio conservati, selezionati anche secondo i tipi, che formarono una raccolta custodita in Municipio. Circa 100 pezzi finirono al Museo Civico di Trieste, in parte acquistati, in parte donati dagli operai che ne erano entrati in possesso al momento della scoperta.
Il Puschi riuscì ad esaminare circa 2.000 pezzi tra quelli raccolti presso il Municipio, quelli depositati al Museo Civico di Trieste e quelli in mano ai privati, ma purtroppo la maggior parte degli esemplari era male conservata in quanto o fortemente ossidata dalla lunga permanenza nel sottosuolo o incrostata in modo tenacissimo, tant’è che al primo tentativo di togliere l’incrostazione, la moneta si sfaldava sbriciolandosi e diventava indecifrabile.
Le monete provenivano da diverse zecche ed appartenevano a varie contee e giurisdizioni.
A grandi linee, la tipologia di tali monete era costituita da: monete patriarcali aquileiesi, monete dei vescovi di Trieste, monete dei contki di Gorizia, monete veneziane, monete dei conti del Tirolo.
Tutte le monete del ritrovamento avevano pesi variabili tra gr. 1,1 e gr. 1,5, con un diametro da mm. 19 a mm. 21 ed un titolo medio che si aggirava su 0,850 in argento; pure appartenendo a diverse entità statali, avevano una certa omogeneità tipologica, in quanto spesso all’epoca lo stesso zecchiere, che operava con una zecca ambulante, produceva monete per diversi signori contemporaneamente.
Da un’analisi dei vari tipi monetali e dall’osservazione che le monete più recenti, ritenute tali esaminando i personaggi e le iscrizioni in esse rappresentati, si possono ritenere battute nel 1312/1313 e si può ragionevolmente presumere che il tesoretto sia stato nascosto nel 1313, ossia sotto la giurisdizione del patriarca Ottobono.
In quel periodo il Friuli fu teatro di feroci saccheggi e devastazioni, a causa delle lotte tra il patriarca Ottobono ed il conte di Gorizia Enrico II; il patriarca dovette accordarsi con il conte conferendogli la dignità di patrono della chiesa aquileiese.
Enrico II, a nome del patriarca, occupò quindi Monfalcone per più di due anni, ponendovi un forte presidio; ma nel novembre 1313 Ottobono dovette accordarsi con il conte il quale gli restituì Monfalcone, accontentandosi di mantenere la carica e le entrate quale capitano generale del patriarcato.
È verosimile dunque che il possessore del tesoretto, in tempi tanto turbolenti, abbia pensato bene di salvaguardare il gruzzolo seppellendolo; in seguito probabilmente l’autore o gli autori dell’interramento non ebbero la possibilità di riappropriarsi delle monete.
Resta da ipotizzare chi abbia potuto possedere in tempi così grami ed in una cittadina che all’epoca poteva contare poche centinaia di abitanti, un tesoretto dal valore ingentissimo. E’ probabile che i denari siano stati i proventi della “muda” o stazione doganale che da documenti risultava presente a Monfalcone nel 1300, in quanto la città era posta su una importante strada di passaggio e penetrazione dall’Istria in Friuli. Tutte le merci in transito dovevano pagare il dazio, con il ricavato del quale si provvedeva in parte alle spese di manutenzione delle vie di comunicazione più importanti. Il ritrovamento di monete provenienti da diverse entità statali, significa che per Monfalcone transitavano carovane e merci provenienti da vari paesi e che pagavano il dazio con la propria moneta.
I denari d’argento conservati presso il Municipio di Monfalcone, raccolti in un quadro, ben poco rimasero a fare bella mostra di sé, in quanto durante la prima guerra mondiale, rimaste al loro posto, furono trafugate non si sa da chi, e di loro si è persa ogni traccia. Le uniche monete di questo tesoretto, rimaste al sicuro e conservate sino ad oggi, sono dunque quelle custodite presso il Museo Civico di Trieste.

Autore: Giorgio Cerasoli

dal “Bollettino della Società Friulana di Archeologia”, Anno VIII n. 4 del 2004

Periodo Storico: Basso Medioevo
Localizzazione Geografica