

Dove la piazza del paese di Bagnoli si affaccia sulla strada per Dolina, si imbocca a sinistra una stradetta che valica il Torrente Rosandra con un ponte, portando in breve ad un piazzale alla base del Monte Carso. Qui si interna nel fianco del monte un’insenatura racchiusa tra pareti dirupate, in fondo alla quale si apre l’imbocco dell’Antro, in gran parte occupato da un muro costruito durante l’ultima guerra, quando la grotta era usata come ricovero antiaereo.
Da un punto di vista idrologico, l’Antro è un’interessante risorgiva carsica ed è anche la più importante sorgente esistente nella zona di Trieste. Assieme all’Antro delle Ninfe, questa cavità è l’unica risorgiva penetrabile nella zona della Val Rosandra. Nei periodi scarsamente piovosi l’acqua non fuoriesce dall’imbocco, mentre alcune polle situate più a valle sono quasi sempre attive. In occasione di violenti acquazzoni, dalla grotta scaturisce un notevole flusso idrico, la cui portata assume talvolta proporzioni impressionanti.
La grotta, un’unica fenditura quasi verticale, rappresenta evidentemente il canale che provvede al drenaggio delle acque di parte dell’altipiano del Monte Carso, con probabili relazioni con gli inghiottitoi di Becca e Occisla. La sua origine è dovuta ad una singolare situazione tettonica: nei banchi dei calcari eocenici (Luteziano medio – 50 milioni di anni) qui disposti quasi verticalmente nella piega anticlinalica del Monte Carso, si è prodotta una divaricazione che ha aperto una via di drenaggio per le acque raccolte nell’interno dell’altopiano retrostante. A favorirne lo sbocco in questo punto concorre inoltre la coltre di terreni impermeabili che si addossano al monte, verso Dolina, tamponando la falda idrica di base.
I Romani, che nel 178 a. C. avevano annesso all’Impero la zona, individuarono ben presto la copiosa sorgente, le cui acque vennero incanalate, assieme a quelle della Fonte Oppia e delle Sorgenti di Bagnoli, in un lungo condotto fino alla nuova città.
Di questa prima utilizzazione non restano oggi tracce sicure. Infatti, il cunicolo artificiale aperto presso il lavatoio, fin qui ritenuto opera romana, risale al 1804. Quell’anno segna l’inizio delle ricerche idriche per l’approvvigionamento di Trieste, in quanto i pozzi comunali e le poche fonti nel territorio urbano erano ormai insufficienti per i bisogni di una popolazione in rapido aumento.
Dalle analisi le sue acque risultarono le migliori dopo quelle di Dolina, ma la portata troppo scarsa (media 1200 metri cubi, massima 23.400 metri cubi) fece preferire altre soluzioni (Sorgenti di Aurisina – Timavo 1929).
Oggi la grotta non rappresenta più “la ricchezza della villa” come scrisse Boegan nel 1900, ma gli accurati lavori di sistemazione eseguiti in tempi recenti sono un segno che l’antica importanza delle sorgenti non è stata ancora dimenticata.
L’Antro di Bagnoli è accessibile soltanto per pochi metri, fin dove lo stretto gradino roccioso che fiancheggia lo specchio d’acqua si esaurisce davanti ad una fenditura che si restringe progressivamente.
Nel 1963, dopo un violento nubifragio che causò una piena del torrente Rosandra, tra i detriti fuoriusciti dall’Antro (Catasto Grotte n. 76) furono recuperate davanti all’imboccatura della cavità numerose monete romane in bronzo.
Non si conosce il loro numero preciso: sono stati censiti 30 assi ma è probabile che molti altri esemplari siano andati dispersi.
Si tratta di materiale numismatico cronologicamente omogeneo che copre il periodo da Tiberio (34-37 d.C.) ad Adriano (125-128 d.C.). Furono dapprima conservate presso privati e verosimilmente solo in parte consegnate alla Soprintendenza. Rintracciate e studiate da Flego e Župančič nel 1986, più recentemente sono state prese in esame da Callegher.
Fonte: www.ipac.regione.fvg.it
Per approfondimenti, vai a: https://catastogrotte.regione.fvg.it/criga/scheda/76-Antro_di_Bagnoli




