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Il sito è segnalato, con il nome di Gorgat, dallo Zuccheri nel 1869: secondo lo studioso, il terreno si sarebbe presentato coperto da frammenti di laterizi e nei decenni precedenti, almeno dal 1810, avrebbe restituito più volte materiali di pregio, tra cui un anello d’oro; Antonio Altan ricorda che nel XVIII secolo venne da qui “dissotterrata una grande quantità di mattoni antichi”, mentre sempre lo Zuccheri registra la notizia del rinvenimento nel 1828 di un probabile tesoretto di monete del IV secolo.
Reperti di età romana furono recuperati anche nel terreno adiacente a sud chiamato Sobbraida, da cui proveniva ad esempio un campanello in bronzo di grandi dimensioni (alt. 16 cm con base di 10 x 8 cm), e da un terzo appezzamento, al numero di mappa 2843, poco ad ovest.
Lo Zuccheri nel corso degli anni ’60 del XIX secolo dovette esercitare una sorveglianza particolarmente attenta sull’area del Gorgaz, tanto da recuperare ed acquisire per la propria collezione frammenti di laterizi e di anforacei anche dal sedime della stradina di campo che separa il campo del Gorgaz da quello di Sobbraida.

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          Bronzetto di Ercole

Dispersa la raccolta Zuccheri a causa degli eventi della Prima guerra mondiale, l’interesse per il sito rinacque negli anni ’50 del secolo scorso con Federico De Rocco. Il pittore sanvitese non si limitò a raccogliere i materiali emersi in superficie a seguito dei lavori agricoli, ma nel caso del Gorgaz praticò nel 1956, con l’aiuto dei suoi allievi e compagni di ricerche, un saggio di scavo nell’area della villa romana. Lo scavo, di cui resta una modesta documentazione fotografica, mise in luce un tratto di alcuni metri di un muro di grandi dimensioni, con l’incrocio con un muro minore, che mostrano il grado di conservazione delle strutture ancora alla metà del secolo scorso; purtroppo nessuna istituzione riuscì in seguito a promuovere indagini stratigrafiche ufficiali sul sito, mentre il ripetersi e approfondirsi delle arature ne comprometteva progressivamente la conservazione.
Dopo la scomparsa di De Rocco nel 1962, fu il nascente Museo Civico, sotto la guida di Virgilio Tramontin, a proseguire il monitoraggio anche di questo sito, soprattutto con Pietro Ceolin e Giuseppe Iro Cordenos. Importanti recuperi di materiali anche di particolare pregio furono effettuati tra il 1972 e il 1973 da Romualdo Muradore, che aveva preso casa accanto al sito, a seguito dei nuovi metodi di lavorazione introdotti all’inizio degli anni ’70. Intanto, la mattina del 26 settembre 1972 Giuseppe Cordenos, rilevando il diverso essiccamento della superficie del terreno arato, poté disegnare le tracce di alcuni muri ed avere così le prime indicazioni topografiche sulla villa. Due anni dopo, nell’autunno del 1974, al recupero di materiali metallici di particolare pregio, tra cui la nota applique a testa di Medusa, fecero seguito l’intervento della Guardia di Finanza ed il sequestro del materiale che si trovava presso Muradore in attesa di essere depositato in museo.
All’increscioso episodio fece seguito l’avvio da parte della Soprintendenza Archeologica di un lungo lavoro di riordino e studio delle collezioni che doveva portare alla regolarizzazione dei materiali presenti in museo e alla riorganizzazione dell’esposizione secondo moderni criteri scientifici.
Negli anni successivi Maurizio Buora, che stava conducendo l’inventariazione sistematica dei materiali presenti in museo ed un loro primo riordino, intraprese la sistemazione della documentazione disponibile sul Gorgaz e lo studio dei materiali rinvenuti, che presentò nel 1985 in un ampio articolo che tuttora è di fondamentale importanza per chi si voglia accostare a questo sito (Buora 1985a).
Nel 1981-1982 era stato invece possibile organizzare un rilievo elettromagnetico dell’area del sito in cui Cordenos aveva riconosciuto tracce murarie: se ne ricavò una planimetria (Buora 1985a), in buona parte coincidente con quella rilevata da Cordenos, in cui sembrano riconoscibili due corpi di fabbrica principali collegati da un corridoio ed a loro volta articolati in una serie di ambienti interni, di diverse dimensioni, in un caso più ampi, nell’altro, quello orientale, più piccoli e articolati. Risultò inoltre evidente che l’area edificata era di gran lunga più ampia di quella indagata, pari a circa 1500 metri quadrati.
Nel maggio 1991, nell’ambito di una campagna di fotografie aeree all’infrarosso di siti del Sanvitese, venne documentato anche il Gorgaz (Zampese 1991): l’immagine mette in particolare evidenza un paleoalveo ghiaioso che scende con andamento sinuoso da nord verso sud, interessando la parte centrale del sito, e che è visibile anche nelle immagini attualmente disponibili; la presenza nell’immagine del 1991 di margini piuttosto netti del cordone ghiaioso e di ampie chiazze più scure al suo interno è stata interpretata (Zampese 1991) come possibile traccia di una struttura a corte. In parte, alcune delle lineazioni visibili vanno in realtà ricondotte a scoline e limiti di campo moderni. Una seconda immagine all’infrarosso (Zampese 1991) rivela nel campo a sud di Sobbraida la presenza di lineazioni sepolte e limitate ad un’area, in cui le ricerche di superficie hanno segnalato un affioramento di laterizi: potrebbe in questo caso trattarsi quindi delle tracce di un edificio sepolto, di cui si riconosce una forma incompleta e molto articolata.
Nel frattempo, nel corso della seconda metà degli anni ’80, era stato avviato a cura e con la direzione di Serena Vitri, funzionario della Soprintendenza Archeologica, un nuovo intervento di riordino, revisione e studio del materiale fin allora confluito in Museo, per giungere ad un nuovo allestimento espositivo, basato su moderni criteri scientifici, che, con il coordinamento scientifico di Emanuela Montagnari Kokelj, fu inaugurato nel 1993. In tale allestimento, che è quello tuttora visibile, nella sezione romana, il cui studio era stato affidato a Paola Ventura, venne scelto come sito paradigmatico per documentare le vicende della romanità nel Sanvitese il complesso del Gorgaz.

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              Supporto a zampa di animale

Nel corso degli ultimi vent’anni, infine, fu possibile acquisire al patrimonio pubblico numeroso materiale recuperato in superficie da appassionati locali, che in questo modo lo hanno preservato da sicura distruzione durante la fresatura delle zolle, e, tramite registrazioni più puntualmente documentate degli affioramenti, avere una approssimativa mappatura delle concentrazioni in superficie di alcune classi di materiali.
Nel contempo diverse classi ceramiche di alcuni tra i principali siti romani del Sanvitese, tra cui il Gorgaz, sono state oggetto di studi sistematici, in particolare da parte di un gruppo di ricerca guidato da Paola Ventura (Destefanis, Tasca, Villa 2003; Ventura, Donat 2003; Ventura, Donat 2010). Attualmente gran parte dell’area archeologica è destinata a viticoltura.
Dall’area del sito di Gorgaz – sia dall’interno delle superfici di spargimento di materiali romani che soprattutto dal terreno adiacente ad ovest – provengono selci relativamente numerose, oggetto di recupero fin dagli inizi delle ricerche sull’area. La maggior parte dei reperti è inquadrabile nell’ambito del Neolitico antico, periodo ben attestato anche a Santa Petronilla e da più sporadici rinvenimenti nel territorio di Savorgnano e Bagnarola; un piccolo gruppo di reperti, caratterizzato da selce grigia anche con forte patina bianca, è invece attribuibile ad un momento avanzato dell’età del rame o più probabilmente al Bronzo antico (2200-1650 a.C.): tra questi si riconoscono alcune cuspidi di freccia con peduncolo e alette ed elementi di falcetto a margine denticolato (Dal Santo 2010; Tasca 2010).
Si tratta al momento delle uniche testimonianze in area di questo periodo, ad eccezione di un’ascia in bronzo a margini rilevati rinvenuta alle Rivatte di Bannia da A. Grillo ed attualmente esposta presso il Museo Archeologico del Friuli Occidentale di Torre di Pordenone (Tasca 2003).
Il sito di Gorgaz non ha restituito altri reperti preromani; va ricordato tuttavia che a circa 200 metri verso est, immediatamente a nord della SP21 e a est della “via dei carradori”, l’antica strada che passava con direzione nordsud a circa 150 metri dal Gorgaz, venne individuata nel 1972 da Romualdo Muradore e Giuseppe Cordenos una necropoli ad incinerazione della prima età del ferro, che fu oggetto di scavo sistematico nel 1973 da parte dell’Università di Trieste, sotto la direzione di Paola Càssola Guida (Càssola Guida 1978; Càssola Guida, Pettarin 1996; Pettarin 2003; Càssola Guida, Pettarin, Tasca 2016; Càssola Guida, Pettarin 2016). Nell’area circostante non si è mai rinvenuta alcuna traccia dell’insediamento a cui era pertinente il sepolcreto. L’ipotesi che l’impianto delle strutture romane di Gorgaz abbia provocato la totale abrasione di un abitato dell’età del ferro non può essere del tutto esclusa in linea di principio, anche se la considerazione che nell’area di spargimento dei materiali romani si rinvengono selci pertinenti alla precedente occupazione preistorica fa ritenere che, per quanto esigua, qualche traccia di un eventuale abitato protostorico che fosse stato lì collocato sarebbe ragionevolmente sopravvissuta.
Il sito romano del Gorgaz è uno dei più grandi e forse il più noto insediamento romano del territorio sanvitese. La documentazione numismatica – che comprende le notizie ricavabili dallo Zuccheri, le monete pubblicate in Buora 1985a, i rinvenimenti monetali esaminati dalla numismatica Teresa Sellan in uno studio ancora inedito – si dispone lungo un arco cronologico compreso tra il II secolo a.C. e l’avanzato IV secolo d.C.; diversi pezzi non leggibili sono di datazione incerta tra il IV e il V secolo. Tra i pezzi più antichi si segnalano un bronzo tolemaico, che potrebbe essere stato portato in Italia da un veterano delle guerre civili (Buora 1985a), e una dracma venetica in argento. I pochi pezzi preaugustei – come un asse repubblicano del II secolo a.C. – potrebbero essere conservativi rispetto all’effettivo impianto della villa (Verzár Bass 2003). La particolare numerosità dei pezzi di scarso valore del III e soprattutto di IV-V secolo conferma quanto osservato dallo Zuccheri.

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                        Fibula, dal Gorgaz

L’analisi dell’abbondante materiale ceramico recuperato nel corso degli anni, condotta da Paola Ventura, Patrizia Donat, Giovanna Cassani, Valentina Degrassi e parzialmente edita (Ventura, Donat 2003; 2010), documenta un inizio dell’occupazione permanente del sito a partire probabilmente dall’età augustea, come indicherebbe la scarsa presenza di ceramica a vernice nera di produzione molto tarda e l’abbondanza di sigillate; in generale all’età augustea e alla prima età imperiale risale una gamma molto ampia di produzioni sia fini che più grossolane o di ceramica comune (Ventura, Donat 2003).
La documentazione ceramica, ma non solo quella, attesta per Gorgaz la continuità insediativa in età altoimperiale e medioimperiale fino al tardo antico; alcuni indizi, anzi, contribuiscono a dare della villa del Gorgaz un aspetto particolarmente importante e florido proprio in un momento di generale offuscamento del territorio come il II-III secolo: lo attestano, tra le altre cose, i manufatti in bronzo di particolare pregio come l’applique a protome di Medusa (Càssola Guida 1974-1975) e il bronzetto di matrice lisippea di Ercole in riposo (Verzár Bass 2003; Zenarolla 2008).
La documentazione ceramica attesta poi la durata del sito almeno fino alla prima metà del V secolo; la presenza di anfore africane di media e tarda età imperiale, in questo come in altri siti del Sanvitese, dimostra la vitalità dei commerci che fino ad età tarda percorrevano la via per compendium Concordia – Norico, che nel Sanvitese trovava il passaggio obbligato verso il guado sul Tagliamento (Ventura, Donat 2010).
Nel complesso, i materiali emersi al Gorgaz attestano la presenza di una grande villa rustica – l’area interessata dagli affioramenti è di circa 8 ettari –, dotata di una parte residenziale di livello particolarmente elevato, come dimostrano le paste vitree, i resti di intonaco dipinto, elementi di suspensurae (i supporti per i pavimenti sospesi degli ambienti isolati o termali) e parti di basi di colonne, l’abbondanza di resti plumbei, in linea teorica attribuibili anche a tubature idrauliche. La presenza di laterizi deformati ha fatto ritenere che vi fosse anche un impianto di fornace; alla parte produttiva della villa vanno comunque riferiti elementi come parti di macine ed i pesi da telaio. È stato inoltre supposto che annessa alla villa vi fosse un’area cimiteriale, per la presenza, ad esempio, di un elemento interpretato come parte di un’urna.
Il luogo di rinvenimento della statuetta di Ercole, al limite occidentale dello spargimento di materiali del sito, sembrerebbe indicare l’esistenza di spazi separati dedicati al culto.
Tra i materiali recuperati inoltre vi sono elementi che si richiamano ad ambiti tecnico-professionali specifici, come il peso per filo a piombo e il compasso in bronzo, ma anche al mondo militare (se ad esso va ricondotta la cuspide di lancia), forse traccia effettiva, assieme ad altre classi di materiale, di una particolare importanza dell’elemento militare nel sistema insediativo tardoantico (Buora 1985a; Ventura, Donat 2003).

Fonte:
– Giovanni Tasca, Schede dei siti documentati nel catalogo, in Metalli antichi del Museo di San Vito al Tagliamento: l’età romana e altomedievale, di Annalisa Giovannini, Giovanni Tasca, p. 12-14.

Galleria immagini (dalla fonte sopra indicata):

 

Periodo Storico: Età Romana
Localizzazione Geografica