Il toponimo Baseglia deriva quasi certamente da uno dei significati latini del termine basilica, e cioè chiesa. Esso viene ricordato, nella forma “in villa Baseglie“, già nel 1204, e, più tardi come “Basella”, in un documento della prima metà del 1300 che attesta che i canonici di Aquileia percepivano metà delle decime della Pieve di Travesio da alcuni villaggi tra i quali Basella che dipendeva dalla stessa Pieve.
Durante i restauri del 1970 sotto il pavimento della Chiesa Parrocchiale di Santa Croce a Baseglia è stato trovato il perimetro di una chiesa più antica sopra la quale, nel 1500, venne costruita l’attuale. Si trattava della Cappella, oggi scomparsa, che i Conti di Spilimbergo avevano costruito vicino ad una delle loro residenze estive.
Per abbellire la nuova chiesa i Conti chiamarono alcuni fra i migliori artisti in circolazione all’epoca. Il semplice esterno dell’edificio non fa presagire la quantità di opere d’arte che lo stesso racchiude, in particolare le numerose opere lapidee di Donato Casella, allievo e genero del Pilacorte, e l’ampio ciclo di affreschi di Pomponio Amalteo, genero invece del grande Pordenone.
Nel 2007-2008 l’edificio fu oggetto di un organico intervento di restauro mentre tra il 2010 e il 2012 ne sono stati restaurati gli affreschi.
La chiesa si trova su un piano soprelevato rispetto alla strada, circondato da un parapetto in muratura che delinea una sorta di “recinto” cui si accede da scalinate.
Sul fianco destro si appoggia l’austero campanile che presenta un aspetto peculiare: in alto, sulla cella campanaria sul colmo degli archi, due per ogni lato della cella orientata verso i punti cardinali, è scolpito un mascherone. Dalla loro posizione elevata assolvono alla loro funzione apotropaica, allontanando qualsiasi pericolo o maleficio dalla comunità.
spilimbergoLa facciata a capanna è semplice, intonacata con al centro il semplice portale cinquecentesco, con sovrastante lunetta e, più in alto, un grande finestrone circolare. L’ingresso oggi privilegiato è però quello sul fianco sinistro, sul quale si aprono tre alte finestre che danno luce all’aula e al presbiterio. Una piccola gradinata, inquadrata da due guglie su pilastri scolpiti con fiori, probabilmente cinquecentesche, conduce tramite un vialetto pavimentato ad un pregevole portale, realizzato nel cinquecento da Donato Casella. Finemente scolpito, esso reca, a metà di ciascuno stipite, due specchiature circolari: in quelle di sinistra è scolpito il nome IESUS e una croce greca da cui si dipartono dei boccioli; in quelle di destra la figura di un sole con otto raggi e un largo fiore stilizzato.
A destra del portale campeggia un imponente affresco raffigurante S. Cristoforo le cui caratteristiche, molto simili a quelle di un altro affresco presente all’interno della chiesa e raffigurante Sant’Elena, hanno portato ad attribuire queste due opere ad un allievo della cerchia dell’Amalteo.
Sul fianco nord, privo di finestre, è addossata la sagrestia. La muratura è in pietre non squadrate e la copertura è in coppi.
L’interno è ad aula unica con copertura a capanna e travi a vista. Il presbiterio è diviso dall’aula da una doppia balaustra.
Donato Casella (notizie dal 1506 al 1553/59), fu allievo e genero di Giovanni Antonio Pilacorte, scultore che aveva già lavorato molto per i Signori di Spilimbergo. Casella, continuatore dell’opera del maestro ricevette, probabilmente dal conte Edoardo di Spilimbergo, l’incarico di provvedere alla realizzazione di alcune opere, o in genere alla decorazione scultorea della nuova chiesa di Baseglia. Oltre al portale sono ritenute sue anche altre opere come il fonte battesimale, collocato in una nicchia subito a sinistra dell’ingresso principale ed inserito in una notevole cornice in pietra; la Madonna con il bambino collocata al di sopra del battistero, l’acquasantiera in pietra a destra dell’ingresso e la doppia balaustra che separa l’aula e il presbiterio.
Si tratta di opere di sobria ed equilibrata fattura che ben si inseriscono nel contesto. Al Casella sono attribuiti anche i due Telamoni che si trovano nel coro, i quali pur essendo un elemento interessante, perché poco comune nelle chiese, passano quasi inosservati di fronte a quella che è l’opera più importante che qui si conserva, ovvero il notevole ciclo di affreschi, opera di Pomponio Amalteo (1505 – 1588), che ricopre il coro e l’abside.
Pomponio, nato a Motta di Livenza si trasferì presto a San Vito al Tagliamento dove giovanissimo entrò nella bottega del Pordenone (1483/1484 –1539), del quale divenne collaboratore e seguace. Lavorò a lungo nella bottega del maestro, di cui sposò la figlia, e i suoi primi lavori autonomi sono essenzialmente i completamenti delle opere rimaste incompiute alla morte del maestro.
Dopo la morte del Pordenone l’Amalteo divenne di fatto il maggior pittore friulano e il punto di riferimento per gli artisti friulani della seconda metà del Cinquecento – inizio Seicento, in particolare nella destra Tagliamento. L’opera del Pordenone rimase suo fondamentale punto di riferimento e di ispirazione per tutta la carriera. Da lui l’Amalteo acquisì l’amore per la grandiosità delle forme, per l’esasperato movimento delle figure, per l’affollamento delle composizioni. Tuttavia gli mancò la fervida fantasia del maestro così che spesso ripeté, quasi meccanicamente, scene ed immagini riprese dalle opere del maestro. Inevitabilmente queste somiglianze hanno provocato non poche confusioni attributive tra i due artisti.
Nel 1544 l’Amalteo intraprese la decorazione della Chiesa di Baseglia, che ultimò nel 1550, sebbene il rapporto dell’artista con la comunità di Baseglia terminò solo oltre vent’anni dopo, quando venne finalmente saldato il compenso per il suo lavoro.
Oggetto degli affreschi sono Scene della Passione di Cristo e Storie della Santa Croce, cui è dedicata la chiesa. Le fonti su cui l’Amalteo si basò per concepire le varie scene sono i Vangeli canonici ma anche i vangeli apocrifi, in particolare le storie della Croce riprese nella metà del 1200 da Jacopo da Varazze nella sua “Legenda aurea”.
In quegli anni il pittore era molto impegnato e portava avanti più lavori contemporaneamente con l’aiuto della sua bottega, e probabilmente questo è il motivo per cui nelle sue opere, accanto a parti ben organizzate e dipinte dal maestro, si notano anche parti meno accurate realizzate dai collaboratori.
Passando agli affreschi, in alto ai lati dell’arco trionfale che dà accesso al presbiterio è dipinta l’Annunciazione, con l’angelo annunciante a destra e la Vergine a sinistra. Sugli intradossi dell’arco a destra si vede la Fede, resa come una donna con il calice e l’ostia, ed a sinistra la Carità, insolitamente rappresentata come una donna che allatta dei bambini. In alto nel sottarco si vedono putti e figure allegoriche.
Sulla volta quadripartita del presbiterio si affollano le figure dei Padri della Chiesa, di Profeti, Sibille e degli Evangelisti, questi ultimi riconoscibili grazie ai rispettivi simboli.
Nella parete destra, in basso, è rappresentata la Storia di Eraclio, imperatore d’Oriente, il quale mentre ritorna a Gerusalemme riportando la reliquia della vera Croce, rubata dal re persiano Cosroe tre secoli dopo che l’imperatrice Elena l’aveva ritrovata e riconosciuta, trova le porte della città miracolosamente sbarrate. Esortato da un angelo ad entrare in città non in pompa magna ma in modo umile, segue il consiglio dell’angelo e le porte di Gerusalemme si aprono miracolosamente, così che la reliquia può finalmente raggiungere il Santo Sepolcro. Si tratta di un episodio narrato nella “Legenda aurea”. In alto, nella lunetta, è rappresentato il Cristo davanti a Ponzio Pilato.
Nel tamburo del catino absidale vi sono tre scene, da destra a sinistra si susseguono le scene del Miracolo del riconoscimento della vera Croce, della Pietà e della Deposizione. Nel Miracolo della vera Croce la scena è resa con vivaci dettagli, come il bambino con l’uccellino in mano e il cane che gli si avvicina, le architetture della città e l’infermo sullo sfondo che si alza guarito grazie al contatto con la vera Croce. A sinistra l’imperatrice Elena, inviata a Gerusalemme dal figlio Costantino a cercare la vera Croce, è colta nel momento in cui riconosce il legno sul quale era stato crocefisso Gesù. Anche questa è una storia tratta dalla “Legenda aurea”. Nella Pietà, praticamente nascosta dall’altare, il corpo privo di vita del Cristo è abbandonato tra Maria, la Maddalena e le pie donne. Nella Deposizione, piuttosto rovinata, è possibile vedere il recupero del corpo del Cristo dalla Croce.
Nel semicatino dell’abside Cristo, in gloria tra la Madonna e S. Giovanni, sta in piedi su una nuvola, alza il braccio destro in segno di benedizione e avvicina la mano sinistra al globo, simbolo del mondo. Affollano lo spazio angeli musicanti e figure con i simboli della Passione.
Sulla parete sinistra, in basso, la Crocifissione, con Cristo disteso sulla croce attorniato da una gran folla: soldati che giocano ai dadi la sua veste, donne addolorate, uomini che sferzano i corpi seminudi dei due ladroni. Sullo sfondo, tra colline e montagne, si distingue una città. Nella lunetta in alto è dipinta la Salita al Calvario, con la caduta di Cristo ed alcuni straordinari dettagli, come ad esempio l’immagine del volto di Cristo impressa sul panno usato dalla Veronica per asciugare il viso di Gesù.
Nel sottarco che separa la volta a vele dal catino absidale, si trovano otto figure di sante: Dorotea, Agata, Caterina, Apollonia, Lucia, Rosalia, Agnese e Margherita. Reggono simbolicamente le due estremità dell’arco due sculture del Casella raffiguranti Telamoni, due vecchi seduti e curvi che sostengono il peso del mondo.
Lungo la parete sinistra della navata, tra i due altari di legno scolpito, si trova un affresco di grandi dimensioni, raffigurante Sant’Elena con la croce, racchiuso in un altare egualmente dipinto. Come detto quest’affresco e il San Cristoforo dell’esterno sono attribuiti ad un seguace dell’Amalteo.
Due affreschi, distaccati dalla vecchia canonica demolita, raffigurano Sant’Elena con la croce e una Madonna col Bambino tra i Santi Stefano e Giovanni Battista realizzata da Marco Tiussi (1500/1505 – 1574/1575), pittore spilimberghese operante in zona nella prima metà del ‘500. Anche se non fu uno dei pittori più famosi della sua epoca, la sua attività fu estremamente intensa, e sono molte le piccole opere di questo pittore pervenute in ancone e piccole chiese.
Lungo la parete sinistra della navata, rispettivamente a destra e a sinistra del grande affresco di Sant’Elena, vi sono due altari lignei, abilmente scolpiti, risalenti all’incirca ai primi decenni del XVII secolo. In uno è contenuta una statua della Madonna della Salute, mentre nell’altro è inserita una tela raffigurante Cristo Crocifisso, notevole opera di Gasparo Narvesa (1558-1639) pordenonese di origine che, stabilitosi a Spilimbergo, eseguì in zona diverse opere. Un altro dipinto con la Madonna col Bambino tra Sant’Elena e San Giovanni Battista è attribuito ad Osvaldo Gortanutti, pittore carnico attivo in tutto il Friuli (XVII secolo).

Fonti:
– Bergamini Giuseppe e Tavano Sergio. Storia dell’arte nel Friuli Venezia Giulia. Chiandetti Editore, Reana del Rojale 1991
– Bergamini, Giuseppe Arte e artisti del Rinascimento a Spilimbergo In: Spilimbèrc: 61m Congres, 23 di setembar 1984.
– Bertossi, Silvano Architettura spontanea nello Spilimberghese In: La Panarie, n.s., n.77, a.19 (dicembre 1987)
– Cominotto Annarosa. Gaio e Baseglia. Testimonianze artistiche. Associazione I Due Campanili – Gaio e Baseglia – Parrocchiale Gaio-Baseglia. Gaio-Baseglia 2002
– Rizzi Aldo Profilo di storia dell’arte in Friuli. 2. Il Quattrocento e il Cinquecento. Del Bianco Editore 1979.
– Sito Internet CHIESE ITALIANE
– Sito Internet Pro Loco “I Due Campanili” di Gaio-Baseglia A.P.S.
https://www.iduecampanili.org/territorio/due-passi-tra-arte-e-storia/

Info:
Via della Chiesa, fraz. Baseglia 33097 Spilimbergo PN
La chiesa è normalmente aperta in occasione delle funzioni.

Data ultima verifica: agosto 2022

Autore: Marina Celegon

Galleria immagini: Marina Celegon.

Periodo Storico: Basso Medioevo
Localizzazione Geografica
Visualizzazione delle schede relative a contesti archeologici visibili nell'arco di 5 km dalla località di partenza