AQUILEIA (Ud). Il Sepolcreto.

AQUILEIA (Ud). Il Sepolcreto.

Lungo la via XXIV Maggio di Aquileia, si può visitare l’unico sepolcreto aquileiese ritrovato, e farci un’idea delle usanze funerarie dei romani.
Si trovava fuori dalle mura: le leggi romane vietavano infatti la sepoltura all’interno dei centri abitati. Esistevano quindi sicuramente altre necropoli lungo le arterie che uscivano dalla città, anche se sono state rinvenute solo lapidi, are ed epigrafi, ora esposte al Museo Archeologico.
Gli scavi sinora eseguiti in questa zona hanno portato alla luce cinque recinti sepolcrali, appartenenti a diverse famiglie (i corredi funerari sono stati portati al Museo Archeologico); ognuno di essi è delimitato da muretti in laterizio sormontati da una copertura semicilindrica a protezione dalle intemperie.
La necropoli ci offre esempi delle due forme di sepoltura in uso: per incinerazione e inumazione (questa più tarda, in uso dal II secolo d.C.; solo i bambini non furono mai incinerati).
I sarcofagi nei quali i defunti venivano inumati, chiusi con saldatura a piombo, sono visibili qui nel recinto dei Trebi: essi si trovano ad un livello del terreno più alto rispetto a quello degli altri recinti, segno che la necropoli fu usata in periodi diversi e successivi.
Il primo recinto apparteneva alla famiglia degli Stazi, commercianti. Si notino nella parte anteriore gli eleganti pilastrini scolpiti a bassorilievo, sormontati da una cimasa liscia.
Sulle due are agli angoli sono raffigurati un cantaro (calice o vaso per bere, con due anse) ed una brocca, utensili usati durante i riti di commemorazione dei defunti (refrigeria), in cui si banchettava con libagioni poste sulla tomba per augurare vita felice nell’aldilà al defunto.
L’ara centrale, di cui restano i gradini e in parte il coronamento a girali (il dado contenente le ceneri del defunto è infatti di restauro), è la tomba del capofamiglia. L’ara più piccola è della sedicenne Fabrizia Severina, appartenente ad un’altra famiglia, probabilmente legata agli Statii da vincoli di parentela o di amicizia.
Il sarcofago contiene le ossa di un bimbo, Lucio Fermo.
Il secondo recinto è il più povero, e non sono rimaste iscrizioni che ci permettano di sapere a chi appartenesse.
Il terzo era invece della famiglia dei Giuli. Sulla parte frontale del recinto, lesene si alternano a lastre, sormontate da una cimasa che riporta l’iscrizione: IN FR[ONTE] P[EDES] XXIII IN AGR[O] P[EDES] XXX, indicante – cosa assai usuale nelle tombe romane – le dimensioni del recinto (23 piedi, cioè 7 metri, per 30 piedi, cioè 9 metri, di lato).
La piramide curvilinea dell’ara più grande è scolpita con le immagini di delfini intrecciati al tridente di Nettuno, simbologia evidente del viaggio del defunto verso l’aldilà, quindi oltre le colonne d’Ercole e l’Oceano.
Sopra, il dio Tanato dal volto alato, personificazione del sonno eterno, a sua volta sormontato da una pigna. La piramide curvilinea è una forma usuale dei monumenti funerari alto-adriatici: al disotto di essa, nel dado, sono le ceneri del defunto.
Segue il più tardo recinto dei Trebi, già menzionato: i sarcofagi hanno il coperchio a doppio spiovente con acroteri angolari: uno di essi è scolpito con tegole e coppi, come un tetto.
Da notare in questo recinto il gruppo scultoreo (copia dell’originale, ora al Museo Archeologico) raffigurante una donna e una bimbetta alata, trasfigurata in Psiche, simbolo del genio dell’amore al di là della morte.
Ultimo, il recinto dei Cesti o degli Emili. Lucio Cestio Pottito, come si legge nell’iscrizione su un cippo sormontato da sfera schiacciata, pose l’iscrizione dedicatoria a Emilia Primitiva, donna che aveva vissuto onestamente e si era acquistata merito.

Fonte: http://www.comune.aquileia.ud.it

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Periodo Storico: Età Romana
Localizzazione Geografica

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