L’indagine iniziata sette anni fa dalla Società Friulana di Archeologia nel sito presso l’incrocio fra la strada dei Quattro Venti e la via provinciale che da Moruzzo porta a Caporiacco e Lauzzana, pur non essendo ancora conclusa, ha già fornito una notevole ed inaspettata quantità di informazioni. I rilievi effettuati ed i materiali rinvenuti, sui quali in futuro sarà condotto un approfondito studio specialistico, sono già in grado di delineare una prima immagine dell’insediamento e proporre nuove ipotesi sulla colonizzazione in età romana del territorio collinare, di cui finora ben  poco era noto.
murisCon il termine “villa rustica” dell’antica Roma si intende un insediamento agricolo di una certa dimensione, finalizzato alla produzione di diverse colture e retto da un proprietario che si avvaleva di mano d’opera sia di uomini liberi che di schiavi. In definitiva una popolosa fattoria, aperta agli scambi con l’esterno, ma con un alto grado di autosufficienza.
Il sito dove sono iniziati gli scavi era identificato, fin dalla rilevazione catastale dei primi anni del 1800, con il toponimo parlante di “Muris”, esplicita designazione di murature affioranti. Nella seconda metà del secolo scorso sporadiche prospezioni di studiosi e cercatori dilettanti avevano rinvenuto, tra la eloquente dispersione di laterizi frantumati, vari oggetti antichi: una chiave, un coltellino, due pesi da bilancia, alcune monete romane. Poco più a nord transitava una importante arteria romana, che collegava Concordia Sagittaria a Gemona: un paio di secoli fa nel territorio dei comuni di Fagagna, Colloredo di Monte Albano e Treppo furono ritrovati ben cinque miliari, collocati nel I sec. d.C. a segnarne il percorso.
Nel primo sopralluogo della Società Archeologica Friulana era emerso l’anomalo accumulo di pietre in una lingua di terra compresa fra i campi coltivati da secoli; il successivo saggio di scavo, condotto in accordo con la Sovrintendenza, permise già di individuare, a pochi centimetri di profondità, lo sviluppo di un manufatto murario. Ora le ripetute campagne di scavo hanno messo in luce articolate strutture, sovrappostesi in diverse fasi edilizie, almeno tre, che documentano modifiche e ricostruzioni successive. Ne diamo una breve descrizione: al limite settentrionale dell’attuale campo coltivato si sviluppa per circa 40 metri una muratura con andamento est-ovest, alla base della quale si sono rinvenute tracce di cocciopesto (impasto di calce, sabbia e mattoni frantumati), probabilmente resti del pavimento appartenente all’abitazione del proprietario; tolte le pietre dalla porzione di terra non coltivata è emersa la base di una muratura principale, con andamento nord-sud e lunga oltre 60 metri, su cui si innestano verso ovest vari ambienti, di diverse dimensioni, che hanno riservato inaspettate sorprese. All’interno di due stanze sono state rinvenuti consistenti ammassi di ossa bovine,  addirittura una carcassa intera, quasi che gli animali, almeno cinque, fossero stati sepolti ancora con le carni; le successive analisi hanno infatti evidenziato come fossero state solo scuoiate e private delle corna. murisPerché la perdita per interramento di un bene “prezioso” come la carne bovina? Erano morte per una malattia che le aveva rese non commestibili? In altri ambienti alcune piccole aree, forse quattro, recavano tracce di focolari con resti di laterizi concotti dal fuoco acceso sopra; a cosa sono serviti? Chi erano gli abitanti e per quanto tempo hanno occupato e coltivato i terreni questa grande fattoria?
Non conosciamo ancora la risposta a questi interrogativi, ma i piccoli oggetti rinvenuti ed il confronto con le fonti letterarie e storiche ci possono fornire qualche indicazione. Gli ambienti su cui si è sviluppato lo scavo principale, tutti con pavimento in terra battuta, probabilmente erano i depositi, granai, stalle e abitazioni dei servi. Strutture in legno, quindi deperibili ed oggi non individuabili, ne completavano l’alzato, come possono attestare i numerosi chiodi di ferro recuperati. Non v’è traccia di incendio o abbandono repentino, per cui i materiali rimasti sono pochissimi: cocci di ceramica, qualche manico e un tappo d’anfora, una lucerna spezzata, una roncoletta, parte di una fibula, un peso da bilancia, alcune monetine di esiguo valore e quasi illeggibili, una placchetta in piombo su cui ritorneremo.
Un terreno, luogo di transito e di scarico delle pietre emerse dai campi vicini, di esigua reddittività agricola, con un certosino lavoro di ricerca ha restituito pochi oggetti di valore economico nullo, ma fondamentali dal punto di vista storico perché ci forniscono molte informazioni: la datazione della villa rustica dal I sec. a.C. al III d.C.; la presenza di scambi sia con i territori del Norico, l’attuale Carinzia, sia con l’Italia centrale; l’insediamento di coloni romani nel Friuli collinare già nel secolo successivo alla fondazione di Aquileia, avvenuta nel 181 a.C.
murisVeniamo al ritrovamento più sensazionale, che non ha confronto con nulla di simile conservato nei musei o nelle raccolte di antichità: una lamina di piombo di cm. 3 x 6 circa, spezzata in due e forata al centro, con incisa l’iscrizione COMMODO CERIALIS VITIS SETINA. Nell’antica Roma l’anno veniva individuato dal nome dei due consoli in carica, nel nostro caso Lucio Ceiono Commodo e Sesto Vettuleno Ceriale, che rivestirono la magistratura nel 106 d.C. Le viti coltivate a Sezze, Setia, località in provincia di Latina posta sulle alture prospicienti le Paludi Pontine, producevano un vino molto apprezzato nell’antichità, citato da Plinio il Vecchio, Strabone, Stazio, Silio Italico, Celio Aureliano, Giovenale, ma è soprattutto Marziale che lo esalta e lo ricorda in ben tredici epigrammi; da lui apprendiamo che era un vino rosso. E’ certo che all’epoca dell’imperatore Traiano la villa rustica di Moruzzo ebbe a che fare con un vino pregiato, forse consegnato in una botte di legno identificata dall’etichetta con il nome dei consoli che ne attestava l’anno di produzione, o  più verosimilmente per aver ricevuto le barbatelle da impiantare in una nuova vigna, come particolari vicende di quegli anni paiono supportare.
Negli anni 168-170 d.C. l’impero romano, al culmine della sua potenza, subì un gravissimo scacco: le tribù germaniche dei Quadi e Marcomanni travolsero le difese legionarie presso Vienna e giunsero in Italia per razziare bottino. L’imperatore Marco Aurelio richiamò le legioni dall’Oriente, ma con i soldati arrivò anche il flagello della peste, che contagiò uomini ed animali. Questi due elementi, il timore di nuove invasioni e l’epidemia, potrebbero spiegare il progressivo ridimensionamento delle strutture abitative della fattoria che si andava spopolando e il seppellimento degli animali interi perché infetti, asportando solo ciò che era possibile utilizzare senza rischi per la salute.
Sono ipotesi che solo lo studio dei materiali, con la conseguente approfondita analisi storica specifica, potranno ulteriormente illuminare ed orientare. Resta il fatto che la villa rustica di Moruzzo costituisce una scoperta di straordinaria importanza nel contesto collinare, meritevole di adeguata conservazione e valorizzazione.
Moruzzo, 28 febbraio 2018
Autore: Pierluigi Banchig (Socio della Società Friulana di Archeologia, partecipante allo scavo e residente a Moruzzo)
(da “Qui Moruzzo” – Notiziario d’informazione dell’amministrazione comunale – Luglio 2018)

Vedi anche: Massimo Lavarone Camapagna di scavo 2018

Inoltre, da “Quaderni Friulani di Archeologia” Anno XXVIII n. 1 – Dicembre 2018:
QFA 28 Buora, Lavarone. La villa romana di Moruzzo, Ud
QFA 28 Petrucci Gabriella, Deposizioni internazionali di bovini nel sito di età romana di Moruzzo, Ud
QFA 28 Colli et alii, Risultati preliminari dell’analisi del DNA antico dei bovini … di Moruzzo, Us

Periodo Storico: Età Romana
Localizzazione Geografica