Le Grandi Terme di Aquileia, costruite nella prima metà del IV secolo d.C., all’epoca dell’imperatore Costantino, sono, con i loro 25.000 mq di estensione, uno dei più grandi impianti termali pubblici dell’Italia settentrionale romana. Sorgevano nella zona sud-occidentale della città, tra l’anfiteatro e il teatro, in una località detta Braida Murada adiacente a Via 24 Maggio.
Costruite all’epoca dell’imperatore Costantino (prima metà del IV secolo d.C.), quando Aquileia era una delle città più importanti dell’impero romano, le Grandi Terme continuarono a vivere probabilmente fino alla fine del V secolo, anche oltre il saccheggio di Attila. Tra VI e VII secolo i ruderi furono riutilizzati a fini abitativi da piccoli nuclei familiari e, dopo il definitivo abbandono e il crollo delle volte e degli elevati, diventarono una grande cava di pietre, mattoni e materiale da cuocere per ottenere calce.
La spoliazione delle macerie si intensificò in età tardomedievale (XIII-XIV secolo), eliminando tutti i resti degli imponenti elevati fino alle profonde fondazioni e trasformando completamente l’aspetto del sito, e oggi, perciò, di questo edificio grandioso restano soltanto gli innumerevoli frammenti mescolati alla terra, i pavimenti e le trincee di muri e colonnati completamente depredati attraverso i secoli e attualmente nascosti in parte dai prati e dai campi coltivati e in parte dai teli scuri – brutti ma indispensabili – che ne proteggono i mosaici già messi in luce.
Sintetizzando i risultati delle indagini archeologiche condotte fino ad oggi, del sito si conosce con sicurezza il frigidarium, un vasto salone (40 NSx22 EO m circa) collocato nel centro ideale dell’edificio e circondato su tre lati (nord, sud e ovest) da altrettante coppie di vasche quadrate lastricate; il pavimento del salone centrale è rivestito da ampi tappeti di motivi geometrici in tarsie di marmi colorati (opus sectile), alternati a grandi riquadri con tondo centrale e delineati da cornici di lastroni lapidei.
Due corridoi, lastricati e fiancheggiati da vasche, permettevano l’accesso, da ciascuno dei lati brevi del salone centrale, a due aule simmetricamente opposte (Aula Nord e Aula Sud), con identiche dimensioni (31,50 NSx22 EO m circa) e organizzazione dei pavimenti in tessellato policromo: in entrambe, una corona di sedici tappeti musivi si dispone intorno ad un grande quadrato centrale, mentre su ognuna delle due estremità si sviluppa un pannello rettangolare con lunghezza pari alla larghezza dell’ambiente; fasce di lastroni in calcare e marmo rosso di Verona incorniciavano i singoli tappeti garantendo l’unità compositiva al pavimento.
I mosaici delle due aule, considerate ambienti coperti a volta e probabilmente dedicate alle attività sportive, sono accomunati dai fitti e complessi ornati geometrici e dalla presenza di ritratti, rappresentazioni e simboli che rimandano alla vittoria negli agoni atletici, ma si differenziano fra loro per il soggetto predominante nelle scene figurate: nell’Aula Nord si esalta il regno di Nettuno, con il carro del dio al centro e raffigurazioni di Nereidi e Tritoni in molti pannelli; il tema della caccia è invece il protagonista nell’Aula Sud.
Le terme di età costantiniana ebbero sicuramente una lunga vita e almeno una seconda fase, in cui, rispettando probabilmente l’articolazione degli ambienti, si intervenne soprattutto con restauri e rifacimenti dei mosaici.
Già Luisa Bertacchi individuò, nel settore sud-ovest delle terme, parte di un vasto ambiente, largo 24 m in senso N-S, riscaldato a ipocausto e con un pavimento musivo a grosse tessere cubiche, con scomparti delineati da un reticolato di fasce marmoree. Lacerti di stile e tecnica simile furono scoperti anche da Paola Lopreato, nel settore NO, e sempre a grandi tessere sono due estesi pavimenti rinvenuti durante le ricerche dell’Ateneo udinese in quello nord-orientale: si tratta dei rivestimenti, pressoché identici fra loro, di una stanza quadrangolare (circa 10 NS x almeno 9 EW m), forse all’angolo NE dell’edificio (A16), e di una, con pianta curvilinea (o forse ottagonale), di almeno 9×9 m. Nel sottofondo del mosaico di A16 è stata rinvenuta una moneta di non facile lettura ma databile sicuramente tra la fine del IV e i primi due decenni del V secolo d.C., che collocherebbe in questo periodo il rifacimento dei pavimenti, almeno di quelli del settore settentrionale. Un altro dato recentissimo (2012) è che un cedimento strutturale avvenuto nella sala A17 rese inutilizzabile il pavimento a grandi tessere con scomparti quadrati caricati di fioroni stilizzati, che, tra l’altro, mal si adattava alla forma dell’ambiente; con uno strato di malta fu ripristinato il piano originario e sopra fu allettato un tessellato più fine e complesso, con trapezi (uno almeno decorato da una Nereide a cavallo di un Tritone) impostati su un ottagono centrale, che costituisce quindi un’ulteriore fase da collocarsi decisamente nel corso della prima metà del V secolo d.C.
Sempre dagli scavi più recenti provengono nuove informazioni sulla planimetria dell’edificio, di cui si sono individuati i muri perimetrali a N e a S, e su altri ambienti delle Terme. Lungo il lato S del settore riscaldato si è messo in luce un vano lungo e stretto (10,70×40 m circa), una sorta di corridoio, affacciato, forse con la mediazione di un portico, sulla strada che separava le Terme dall’Anfiteatro; il pavimento che lo riveste, in tessellato bianco e nero a motivi geometrici con un inserto, forse rettangolare, bordato da una treccia policroma, appartiene ad una seconda fase dell’ambiente, probabilmente databile tra la fine del IV e gli inizi del V secolo d.C., come i mosaici a grandi tessere di cui si è già parlato. Una novità del XXI secolo è anche la scoperta, sul lato orientale delle ‘Grandi Terme’, della piscina natatoria (natatio), a cui si accedeva dal salone centrale del frigidario tramite una scala inquadrata da colonne; la vasca, larga forse 10 m e di lunghezza NS ancora imprecisata, aveva un pavimento in lastroni di calcare e marmo di forma e dimensioni diverse, presumibilmente di reimpiego.
Non abbiamo ancora molte informazioni sull’articolazione degli ambienti riscaldati, a parte la conoscenza, dovuta a Luisa Bertacchi, del salone A12 con pavimento a grandi tessere, di cui si è già parlato, e di quattro forni sul lato sud del calidarium, per altro attualmente ricoperti dopo il loro ritrovamento nel 1961. Dagli scavi dell’Università di Udine sull’asse centrale del tepidarium/ caldarium sono affiorati resti dei pavimenti a ipocausto, forse rivestiti in opus sectile e sfondati dal crollo delle volte, mentre dalla lettura sul terreno delle tracce di alterazione del suolo si è potuto riportare in pianta e georiferire il limite occidentale delle Terme, da cui aggetta l’abside del calidarium, con il suo canonico profilo curvilineo.
La necessità di una enorme quantità di materiale da costruzione e di arredo per un edificio così vasto come le Terme Costantiniane (blocchi, decorazioni architettoniche, rivestimenti in marmi policromi, sculture, ma anche pietre da cuocere per ricavarne calce) e le stesse caratteristiche dell’intensa attività edilizia ad Aquileia nella prima metà del IV secolo d.C., resero indispensabile, accanto all’acquisizione e alla lavorazione ex novo di materiali lapidei, il reimpiego di marmi e pietre provenienti da edifici più antichi dismessi. Le indagini condotte dal 1922 a oggi hanno messo in luce decine di migliaia di elementi architettonici, scultorei ed epigrafici, blocchi e lastre di pietra, colonne e sectilia, per lo più frammentari e ammassati nei riempimenti delle vasche e della natatio, trasformate in discariche e cave di inerti, o in colmate all’esterno dell’edificio. I riempimenti, spesso sconvolti dai continui interventi di spoglio e dalle successive attività agricole, non ci permettono però di determinare chiaramente l’originaria collocazione dei vari elementi architettonici e scultorei, spesso molto più antichi dell’edificio termale, e neppure quando e perché essi siano stati ridotti in frammenti, scalpellando le eventuali decorazioni sporgenti, che ne ostacolavano il reimpiego come blocchi da costruzione, secondo modalità che erano sicuramente identiche sia nella fase di realizzazione dell’edificio nel IV secolo sia durante lo spoglio definitivo in epoca tardomedievale.
È quindi ancora molto difficile capire quali elementi architettonici siano stati utilizzati intenzionalmente come spolia e collocati nell’edificio con funzioni in qualche modo simili a quelle originarie e quali siano stati rilavorati e adattati a destinazioni d’uso diverse o addirittura impiegati come inerte nelle strutture. Altrettanto difficile è individuare da quale edificio dismesso provengano gli elementi sicuramente più antichi. Di certo sorprende il fatto che, nella congerie di frammenti architettonici a disposizione, appaiano relativamente pochi quelli stilisticamente databili al IV secolo e quindi, si presume, realizzati espressamente per le Thermae felices.
L’edificio è completamente privo di ogni elevato; i muri sono spogliati fino alle fondazioni; l’articolazione planimetrica si legge grazie alla conservazione, sia pure parziale, dei pavimenti e allo sviluppo delle trincee di fondazione dei muri.
Fonte: Patrimonio Culturale FVG, www.ipac.regione.fvg.it

L’area delle Grandi Terme è tuttora in corso di scavo e di studio da parte dell’Università di Udine (Dr.ssa Marina Rubinich), vedi allegato: Le_Grandi_Terme_costantiniane

Vedi anche:
Claudio ZACCARIA, Chi erano i proprietari delle ricche domus aquileiesi? Piste epigrafiche.
Fino ad ora non è possibile associare nessuna delle ricche domus messe in luce ad Aquilea con i personaggi di cui conosciamo i nomi nelle iscrizioni commemorative. Non si conoscono neppure iscrizioni pavimentali musive, come quella trovata a Iulium Carnicum, che ci restituisce il nome frammentario del suo proprietario, probabilmente un ricco liberto appartenente all’élite del vicus tardorepubblicano. L’unica menzione epigrafica di una domus ad Aquileia si trova nell’estratto del testamento di un personaggio agiato, figlio di veterano, scolpito sulla sua stele funeraria. Si possono comunque suggerire alcune stimolanti piste per tentare di identificare alcuni dei proprietari. I bolli di plumbarii privati impressi su alcune fistulae aquariae, come quello di un liberto dei Caesernii, famosi cavalieri e senatori aquileiesi, potrebbero fornire una preziosa indicazione sulle dimore urbane delle élites locali, solo che se ne conoscesse la provenienza. Le basi delle statue, dedicate da clientes e amici a cavalieri e senatori (ancora i Caesernii, ma anche i Claudii), prive dell’indicazione della concessione del locus da parte dell’ordo decurionum, fanno pensare alla loro collocazione in un contesto privato, come l’atrium, il peristylium o gli horti delle loro domus. Ma tutte queste dediche sono state rinvenute reimpiegate fuori dal loro contesto originario in costruzioni di epoca tardoantica o altomedievale. Pertanto l’ubicazione delle prestigiose case dove venivano esibiti la ricchezza e lo status dei proprietari rimane ancora ignota. Come mostra chiaramente una dedica sacra posta a Parenzo da un affermato cavaliere, che fu viceprefetto della flotta ravennate, una casa di rappresentanza riccamente decorata (domus exculta) costituisce il vanto del suo padrone, tanto da essere menzionata accanto ad altre opere di evergetismo pubblico.

Leggi tutto nell’allegato: Claudio Zaccaria, Chi erano i proprietari delle ricche domus aquileiesi. in L’Architettura privata ad Aquileia in età romana, Atti del convegno di studio (Padova, 21-22- febbraio 2011).

Vedi anche: Grandi Terme Aquileia

Vedi anche: http://www.quaderni.archeofriuli.net/wp-content/uploads/QFA-29-Rubinich.pdf – Marina Rubinich. Gli scavi dell’Università di Udine alle Grandi Terme di Aquileia (2002-2018).

Vedi anche: Il Diomede di Aquileia, di Katharina Zanier

Vedi anche: Forme di reimpiego dei materiali di riuso del monumento nell area delle Grandi Terme di Aquileia, di Marina Rubinich, Katharina Zanier, Elena Braidotti in “Antichità Altoadriatiche” LXXIV, Editreg, Trieste, 2012.

Vedi anche: Marina RUBINICH. Le Grandi Terme di Aquileia passato , presente e futuro di un edificio pubblico tardoantico. in Quaderni della Società Friulana di Archeologia, n. XXX, anno 2020.

Vedi anche: Un_triennio_di_ricerche_archeologiche_alle Grandi Terme di Aquileia, di Marina Rubinich, in Postumia, 2006.

Vedi anche: Grandi Terme, Introduzione allo studio dei materiali, di Marina Rubinich, in Aquileia Nostra, 2009.

Vedi anche: * Le Grandi Terme di Aquileia tra V e VI secolo, a cura di Marina Rubinich, Elena Braidotti. Registrazione: https://youtu.be/Mkno3XnJxyg

Leggi anche:
Le Grandi Terme romane svelano due nuovi settori inesplorati.
Grazie agli archeologi del dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale, le Grandi Terme romane svelano due nuovi settori inesplorati: un vasto settore con vasche, mosaici e fontane e un’ampia area destinata ai bagni di acqua calda portati alla luce nelle ultime ricerche dell’Università di Udine. Aperto un nuovo settore di indagine, nell’area occidentale del grande edificio termale.

Zona-Ovest-veduta-aerea-abside-calidarium

Due nuove “perle” delle Grandi Terme romane di Aquileia, costruite nella prima metà del IV secolo d.C., sono state portate alla luce negli ultimi scavi fatti dalla missione archeologica dell’Università di Udine nell’area. Si tratta di un vasto ambiente che ospitava grandi vasche, mosaici e fontane e di un’ampia area dell’abside (ambiente semicircolare) del calidarium, la zona destinata ai bagni in acqua calda. Le indagini si sono concentrate in due settori del grande edificio termale: quello a sud est, dove lo scavo prosegue da alcuni anni, e quello a ovest, in un settore nuovo, nell’area degli ambienti riscaldati. Le ricerche sono state condotte su concessione ministeriale, in accordo con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia-Giulia e in collaborazione scientifica con Cristiano Tiussi, direttore di Fondazione Aquileia, che ha assicurato il sostegno economico allo scavo.
La campagna di scavi è stata condotta, a settembre e ottobre (2022), da un gruppo di ricerca del dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale, diretto da Matteo Cadario, coadiuvato da Marina Rubinich. Alle ricerche hanno partecipato 25 studentesse e studenti dei corsi di laurea triennale, in Beni culturali, e magistrale, in Archeologia e Culture dell’antichità, e della Scuola interateneo di specializzazione in beni archeologici. «Tutte le attività di scavo, documentazione e lavaggio dei materiali – sottolineano Cadario e Rubinich – sono state svolte anche allo scopo di preparare al meglio i futuri archeologi ad agire in un cantiere».

              Zona Ovest praefurnium sud

Nel settore nord-orientale è stato messo in luce un ambiente di oltre 200 metri quadrati che, nella prima fase delle terme (IV secolo d.C.), ospitava grandi vasche e forse fontane. L’elemento più impressionante è la poderosa fondazione dell’ambiente in calcestruzzo e grossi frammenti di colonne reimpiegate, prevalentemente in marmo cipollino. Sulla struttura, spessa oltre un metro e 60 centimetri, poggiavano vari strati di mattoni intorno a una vasca circolare di otto metri di diametro. Vasche, nicchie e pareti dovevano essere decorate con tessere musive in vetro colorato e lastre sagomate di marmi pregiati, i cui resti si trovano nei riempimenti della fase successiva. Tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, infatti, la vasca circolare fu colmata e l’ambiente ricoperto da un mosaico a grandi tessere con un reticolo di quadrati contenenti grandi fiori stilizzati. Si creò così un nuovo vano rettangolare, lungo 15 metri, che fa parte di una importante ristrutturazione non solo di questo lato nord, ma anche di quello sud, a ben 140 metri di distanza.
Le sistematiche spoliazioni delle strutture murarie condotte a partire dal tardo Medioevo hanno asportato tutti i muri fino a notevole profondità, rendendo molto difficile la lettura delle diverse fasi. Tuttavia, qualche raro documento dell’antico lusso dei frequentatori delle Grandi Terme si è salvato. Tra questi un grano di collana in vetro a stampo con una minuscola testina femminile databile, per la sua acconciatura, al III secolo d.C., rinvenuto proprio in uno di questi riempimenti. Lo scavo in quest’area è stato guidato da Marina Rubinich, con il supporto di un piccolo nucleo di professionisti, studenti e specializzandi affidato a Luciana Mandruzzato.

             Zona Ovest abside vista da nord

Nel nuovo scavo nel settore occidentale, che ha interessato un’area di circa 150 metri quadrati, è stata messa in luce quasi completamente l’ampia abside del calidarium, la parte delle terme destinata ai bagni in acqua calda e di vapore, con cui l’edificio si concludeva. Dell’abside dissestata dai crolli delle volte e priva del muro di fondo asportato successivamente, si conserva la massiccia preparazione del pavimento, caratterizzata dall’inserimento di centinaia di lastrine in marmi colorati. L’identificazione del calidarium è assicurata dalla presenza del doppio sistema di riscaldamento a ipocausto (pavimento sopraelevato sostenuto da pilastrini lapidei) e a parete (intercapedine formata da grandi tubuli fittili rettangolari). Entrambi erano alimentati dalla circolazione di aria calda proveniente dai forni.
Intorno all’abside è stata poi riconosciuta la presenza di una piattaforma in laterizi, ampiamente spoliata, pertinente ad ambienti di servizio, tra cui almeno due praefurnia (i forni dove si bruciava la legna), gli imbocchi dei quali sono stati parzialmente messi in luce. La presenza di spessi livelli di bruciato nell’ipocausto e il deterioramento dei pilastrini dovuto al forte calore dimostrano che il calidarium è stato utilizzato a lungo. E questo nonostante le dimensioni e gli alti costi del suo funzionamento, il che costituisce un’ulteriore prova della vitalità dell’Aquileia tardoantica. Lo scavo nell’area, organizzato come cantiere-scuola, è stato eseguito da Chiara Bozzi e Federica Grossi, sotto la diretta supervisione di Matteo Cadario. «La scoperta dell’abside – spiega Cadario, docente di archeologia classica – consentirà in futuro di allargare lo scavo allo scopo di mettere in luce integralmente l’area riscaldata dell’edificio».
«Le Grandi Terme con la loro imponenza rappresentavano un tratto distintivo della grandezza di Aquileia in età imperiale – spiega la Soprintendente del Friuli Venezia Giulia, Simonetta Bonomi –. Indagarne i resti e comprenderne lo sviluppo funzionale e costruttivo, come sta da tempo facendo l’Università di Udine, costituiscono sia una meritoria e importante impresa scientifica sia il presupposto imprescindibile per una futura valorizzazione».

               Zona Ovest abside vista da sud

«I risultati dello scavo delle Grandi Terme sono per la Fondazione Aquileia – sottolinea il direttore, Cristiano Tiussi – di grande importanza perché la prospettiva della valorizzazione di questo straordinario ed enorme edificio dovrà rappresentare, per tutti noi, una sfida ineludibile in un futuro non troppo lontano».
La presenza dell’Ateneo friulano alle Grandi Terme è ormai consolidata da due decenni e nelle campagne di scavo annuali si sono formati oltre 600 studenti di archeologia. Dal 2016, anno della prima concessione di scavo dal Ministero, allora dei beni e delle attività culturali, fu avviata una nuova e proficua collaborazione con la Soprintendenza e la Fondazione Aquileia, che aveva appena acquisito l’area in gestione.
Le Grandi Terme di Aquileia, o Thermae felices Constantinianae, come sono chiamate nell’iscrizione di una base di statua di Costantino rinvenuta nell’area, furono costruite (o completate) per volontà di Costantino stesso nel corso dei primi decenni del IV secolo d.C. Allora Aquileia era uno dei porti principali del Mediterraneo e ospitava spesso l’imperatore. La loro collocazione nella zona sud-occidentale della città, nella località detta poi Braida Murada adiacente a Via 24 Maggio, tra l’anfiteatro e il teatro, suggerisce la progettazione di un grande quartiere dedicato all’otium e alle attività ludiche, protetto dalle nuove mura tardoantiche. Gli scavi dell’Università di Udine, ricollegandosi a quelli condotti dalla locale Soprintendenza archeologica nel corso del ‘900, hanno permesso di ricostruire un edificio “fuori scala” anche per una città importante come Aquileia, con elevati superiori a 10 metri e con un’estensione pari a circa 2,5 ettari (25.000 metri quadrati), paragonabile quindi solo alle grandi terme imperiali pubbliche costruite a Roma da Caracalla, Diocleziano e Costantino stesso.
Un intervento di questa portata dimostra la volontà di Costantino di dotare anche Aquileia, come le altre città divenute residenze imperiali alla fine del III sec. d.C. (Milano, Trier, Arles, Antiochia), di una magnifica struttura termale, adeguata al suo ruolo strategico e degna della frequentazione della corte. Nelle terme imperiali l’edificio era organizzato intorno a un asse centrale formato dalle aule che offrivano di bagnarsi consecutivamente in acque di temperature diverse (calda, tiepida e fredda) secondo il modello di pratica balneare peculiare del mondo romano.

      Zona Ovest lastrina in marmo policromo

Gli scavi hanno finora rivelato: ampi saloni pavimentati con raffinati mosaici policromi geometrici e figurati o in tarsie di pietre e marmi multicolori; l’enorme frigidarium, con le sue grandi vasche per i bagni freddi; la parte centrale della grande piscina (natatio) lastricata in cui si poteva nuotare; gli ambienti del settore nord-orientale, dove è ancora visibile la sovrapposizione di tre fasi successive con i rispettivi mosaici; alcuni ambienti riscaldati del settore occidentale.
In particolare, dalla grande aula nord provengono i mosaici di eccezionale pregio oggi conservati al Museo archeologico nazionale di Aquileia e raffiguranti soggetti marini e atletici. Ossia i temi caratteristici della decorazione delle terme imperiali, dove erano previsti spazi per agonismo e training sportivo. Le didascalie in greco provano l’intervento di raffinate maestranze di origine greca/orientale.
I rifacimenti e i restauri dei mosaici dimostrano che le terme costantiniane continuarono a vivere fino al termine del V secolo d.C., anche oltre il famoso saccheggio di Attila del 452 d.C. Tra il VI e il VII secolo i ruderi furono riutilizzati a fini abitativi da piccoli nuclei familiari e,  dopo il definitivo abbandono e il crollo delle volte e degli elevati, diventarono una grande cava di pietre e mattoni da riutilizzare come materiale da costruzione o da cuocere per ottenere calce.
La spoliazione dei resti delle terme si intensificò in età tardomedievale (XIII-XIV secolo), eliminando tutti i resti delle strutture fino alle fondazioni dei muri. Così si trasformò completamente l’aspetto del sito, che prima dell’inizio degli scavi moderni si presentava come un campo coltivato, proprio grazie a grandi riporti di terra disposti sulle macerie.
Oggi delle terme si conservano quindi solo i pavimenti e le trincee di spoliazione dei muri depredati fino all’età moderna.
Varie zone dell’edificio sono state indagate più volte nel corso del XX secolo dalla locale Soprintendenza e da alcuni dei nomi più noti dell’archeologia aquileiese: Giovanni Battista Brusin (1922-1923); Luisa Bertacchi (1961); Paola Lopreato (1980-1987).
«Gli scavi del ‘900 – spiegano Cadario e Rubinich – furono però pubblicati solo in parte e soltanto con le nuove metodologie di scavo stratigrafico, introdotte nel 2002 con l’inizio delle attività dell’Ateneo udinese, è stato possibile ricollegare i nuovi ritrovamenti a quelli pregressi e indagare non solo le fasi di epoca romana, ma anche quelle che dal Medioevo a oggi hanno reso il sito un paesaggio prevalentemente agricolo».
Fonte: www.fondazioneaquileia.itwww.uniud.it, 28 nov 2022

Periodo Storico: Età Romana
Localizzazione Geografica
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