Rupinpiccolo (nome locale Repnic; il toponimo, che letteralmente è un diminutivo da “rapa”, è di derivazione oscura). Il villaggio è stato recentemente sistemato, con notevole miglioramento della viabilità del centro.
Il castelliere di Rupinpiccolo è il più importante; per raggiungerlo, bisogna portarsi al villaggio omonimo.
Dopo l’abitato, un ramo della carrozzabile proveniente da Sgonico piega verso destra portando a Borgo Grotta, mentre un altro sale a sinistra sul fianco di una bassa collina, passa tra due cave, e si trasforma poi in un tratturo sassoso che costeggia il Monte Lanaro, sboccando infine tra le case di Rupingrande. Lungo questa strada, dopo circa 100 metri di salita, a sinistra si apre un largo sentiero che porta ad una cava: pochi metri prima della cava si nota l’inizio del muro gigantesco del castelliere.
Con l’età dei metalli fece la sua comparsa sul Carso una nuova cultura, appartenente ad una popolazione che aveva la caratteristica di costruire i suoi villaggi sulla cima di alture o in luoghi dominanti, erigendovi poi intorno un poderoso muro a secco, con evidente scopo difensivo: sono questi i castellieri.
Il castelliere di Rupinpiccolo è il primo della nostra zona, ed anche d’Italia che sia stato portato in luce e sia ora visitabile.
Forse la parte migliore del castelliere è proprio quella che è andata distrutta dalla cava, e dobbiamo quindi accontentarsi di quella che resta. D’altro canto, questo è l’unico castelliere che, sotto una maceria veramente imponente, ha mantenuto le strutture murarie originali intatte fino a tre metri di alzato, rendendo possibile, per la prima volta, la sistemazione del manufatto.
Esso è costituito da due paramenti, costruiti a secco, con blocchi di pietra, l’interno è riempito a pietrisco. Dei varchi, uno di dimensioni ridotte è nella parte settentrionale; in quella meridionale, uno molto più largo è protetto a monte da una struttura non chiaramente identificabile ed è chiuso da un muro trasversale, nell’ultima fase dell’utilizzo; nell’area interna sono visibili i ripiani sostenuti da muretti.
Dai materiali ceramici si può desumere che l’abitato sorga nell’età del bronzo medio-recente ed abbia un particolare sviluppo durante l’età del ferro sino al V sec., dopo di che scompaiono le testimonianze di vita.
Sul castelliere di Rupinpiccolo, dalla cui cima si domina la piana fino ad Opicina ad est e Duino ad ovest, circondati dai muri di pietra grigia eretti oltre due millenni or sono, possiamo per un momento vivere la rude atmosfera di quei tempi, quando il Carso apparteneva a guerrieri temuti che avevano osato lanciare la loro sfida anche alla potenza di Roma, finendone annientati.
Le macerie della cinta in pietrame carsico accumulato a secco sono rilevanti ed è alta la leggibilità della permanenza archeologica. Venne considerato nel censimento operato da Carlo Marchesetti agli inizi del Novecento, che descrisse l’area con queste parole: “In parte alterato dalle cave di pietra e dal susseguente deposito del materiale di rifiuto, specialmente dal lato rivolto verso il villaggio e verso settentrione, esso conservò benissimo la sua cinta verso sud e sud-est per una lunghezza di 180 metri, ov’essa presenta un vallo della larghezza di 10 a 15 metri con un’altezza media di 2 a 3 metri, risultante dallo sfasciarsi di un muro di quasi 2 metri di grossezza. Rimarchevole è specialmente la difesa del lato nord-est, ov’ergesi una specie di enorme tumulo allungato, alto 8 a 10 metri e misurante in periferia oltre a 200, composto di pietre e di blocchi calcarei di varia grossezza. Questa costruzione che è una delle più formidabili, che abbia riscontrato in un castelliere, e che non trova riscontro che in quello di Redipuglie, fu determinata dalla necessità di difesa di quel lato, ove il terreno non offre quasi alcun declivio e quindi si rendeva indispensabile di fortificare maggiormente con sassi ammucchiati l’accesso al castelliere”.
Lo studioso rimase colpito dalla poderosa struttura della cinta, messa in opera per difendere un’area piuttosto limitata, organizzata a ripiani artificiali. Il castelliere è uno dei pochi a essere stato indagato in maniera sistematica (1970-1974; 1986-1988): i dati si riferiscono in particolare al sistema difensivo, spesso fino a sette metri, costituito da due paramenti con riempimento di pietrisco, di cui sono stati riconosciuti due varchi.

Bibliografia:
– Marchesetti 1903, p. 37; Maselli Scotti 1991, p. 204; Flego, Rupel 1993, pp. 123-128 (con bibliografia).
– AA.VV. VENETO E FRIULI VENEZIA GIULIA, Guide Archeologiche – Preistoria e protostoria in Italia – n. 7 – Rupinpiccolo (Sgonico – Ts), al XIII Congresso Int. Scienze Preistoriche e Protostoriche, Forlì 1996, Edizioni ABACO, pp. 275-281.

Fonte: www.simfvg.it

Un recente e significativo ritrovamento:
Trovata nel castelliere di Rupinpiccolo un’antica pietra incisa.
Due pietre circolari, trovate nei pressi dell’ingresso di un castelliere. Una pietra rappresenta il sole, l’altra è ricca di segni precisi, inferti con uno strumento metallico. Le scalfitture si rivelano intenzionali. Siamo nel cuore del Carso triestino, a Rupinpiccolo, a 12 chilometri da Trieste. Minuscola frazione del Comune di Sgonico è a 297 metri sul livello del mare ed ha 117 abitanti. Il castelliere sta un po’ più in alto.
Tra i tanti castellieri dell’area carsica, quello di Rupinpiccolo è uno dei meglio conservati, grazie anche ai lavori di consolidamento eseguiti qualche decennio fa dalla Soprintendenza Archeologica. I castellieri, come ben sappiamo, sono insediamenti fortificati risalenti all’Età del Bronzo e del Ferro, caratterizzati da una posizione elevata e facilmente difendibile. Questo termine è comunemente utilizzato per identificare le costruzioni di questo genere presenti nelle regioni del Veneto, Carso, Friuli e Istria, mentre nelle Marche queste strutture arcaiche sono conosciute con il nome di gradìne.
Il castelliere di Rupinpiccolo sorge subito fuori dal paese, su di un’altura calcarea, la cui sommità è recintata da un vallo dallo spessore di 3-4 metri, ma che in alcuni punti tocca anche i 7 metri. L’altezza si è conservata per un massimo di 3 metri, ma in origine doveva raggiungere i 7-8 metri. L’elemento più notevole è costituito dal varco d’accesso posto sul tratto inferiore della muratura: era delimitato da due muri che si prolungavano verso l’esterno costituendo una sorta di corridoio (o dromos); sul lato a valle era difeso da un contrafforte e su quello a monte era controllato da una torre. Fu realizzato tra il 1800 e il 1650 a.C. e frequentato fino al 400 a.C.
L’escursionista che si trovi a inerpicarsi lungo i sentieri che salgono da Rupinpiccolo, un caratteristico borgo nel Carso triestino, potrebbe a un certo punto imbattersi in un’imponente muraglia di grosse pietre: è un castelliere, un’antichissima struttura a scopo difensivo. Usato come fortificazione da un’epoca compresa fra il 1800 e il 1650 a.C. fino al 400 a.C., quello di Rupinpiccolo è uno fra i castellieri più importanti, nonché il primo portato alla luce. Due grosse pietre circolari – due spessi dischi di circa 50 cm di diametro e 30 cm di profondità – sono state trovate presso l’ingresso del Castelliere e hanno attratto l’attenzione degli archeologi. Una delle due, a parte il taglio circolare, non presenta ulteriori tracce di lavorazione, e si ritiene che rappresenti il Sole. L’altra potrebbe essere la più antica mappa celeste mai scoperta.
Ad accorgersene, e a riportare la suggestiva ipotesi in un articolo pubblicato il mese scorso su Astronomische Nachrichten, la più antica rivista d’astronomia ancora attiva al mondo, sono stati un astronomo dell’Inaf di Trieste, Paolo Molaro, e un archeologo dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e dell’Ictp, Federico Bernardini.
«Circa due anni fa sono stato contattato da Federico Bernardini, che non conoscevo, dicendomi che aveva bisogno di un astronomo», ricorda Molaro a Media Inaf, «perché gli sembrava di aver identificato la costellazione dello Scorpione in una pietra del Carso. La mia prima reazione è stata di incredulità, dato che la parte meridionale dello Scorpione è appena sopra l’orizzonte alle nostre latitudini. Ma poi, scoprendo che la precessione degli equinozi lo alzava di circa 10-12 gradi e l’impressionante coincidenza con la costellazione, ho cominciato ad approfondire la questione… Così ho identificato Orione, le Pleiadi e, nel retro, Cassiopeia. Tutti i punti presenti tranne uno».
I segni individuati da Molaro e Bernardini sono in tutto 29: 24 su un lato della pietra e 5 sull’altro. Sono distribuiti in modo irregolare, ma hanno tutti un’orientazione comune, come se fossero stati incisi dalla stessa persona. Una persona armata di un martello e di un rudimentale scalpello di metallo con una punta da 6-7 mm, suggeriscono le analisi dei due scienziati. Sottolineando che “un’arma del delitto” compatibile con quei 29 segni – uno strumento in bronzo – è stata trovata a qualche km di distanza, nel Castelliere di Elleri, ed è oggi conservata al Museo archeologico di Muggia.
Insomma, tutti gli indizi sembrano concordi: quei segni non sono opera della natura e non sono lì per caso. Li ha incisi qualcuno. E li ha incisi almeno 2400 anni fa. Quando ancora il Castelliere di Rupinpiccolo assolveva al suo compito di fortificazione. E quando ancora le stelle dello Scorpione rilucevano al di sopra dell’orizzonte, come ricostruito da Molaro. Una stella in particolare: Sargas. Chiamata anche Theta Scorpii, oggi Sargas non è più visibile dal Castelliere, essendo appunto troppo in basso rispetto all’orizzonte, ma lo era nel 1800 a.C., come ha calcolato lo stesso Molaro simulando con il programma Stellarium il cielo notturno dell’epoca sopra Rupinpiccolo. E lo era anche nel 400 a.C.
Ma veniamo ai 29 segni. Tutti tranne uno sono sovrapponibili alle stelle dello Scorpione, di Orione, delle Pleiadi e probabilmente – considerando anche i 5 segni sul retro della pietra – di Cassiopeia. E si tratta di una sovrapposizione dalla significatività statistica assai elevata, specificano gli autori: il p-value è molto inferiore a 0.001. Detto altrimenti, è alquanto improbabile che la disposizione di quei segni sia puro frutto del caso. Non solo: le deviazioni dalle posizioni vere sono dell’ordine delle dimensioni dei segni, dimostrando una notevole cura nell’esecuzione.
Tutti tranne uno, dicevamo. Ma anche il 29esimo segno potrebbe essere lì di proposito. L’intruso potrebbe infatti rappresentare una supernova, propongono gli autori. O una cosiddetta “supernova fallita”. Dunque uno di quegli oggetti che gli astronomi chiamano transienti: a un certo punto fanno la loro comparsa, per poi sparire nuovamente. Se così fosse, suggeriscono Molaro e Bernardini, lì in quel punto del cielo oggi potrebbe esserci un buco nero. Dunque potrebbe valere la pena tentare di individuarne le tracce.
Le domande che lo studio lascia aperte sono tante e suggestive. Chi può averla incisa, quella pietra? Chi erano, in quel periodo, gli abitanti del Castelliere? Si sa che non conoscevano la scrittura, ma su di loro c’è ancora molto da scoprire. E infine: è dunque questa la più antica mappa celeste mai scoperta?
La rappresentazione del cielo notturno più antica a oggi conosciuta è probabilmente il disco di Nebra, un manufatto in bronzo con applicazioni in oro a indicare il Sole, la Luna e le Pleiadi: proveniente dalla Germania, è datato intorno al 1600 a.C. Ma non è una vera mappa: è più una rappresentazione simbolica. Per mappe “fedeli” occorre attendere il primo secolo a.C., epoca delle mappe derivate probabilmente dal catalogo di Hypparcos, risalente al 135 a.C.
Accettando una datazione protostorica del manufatto, il tracciato relativamente preciso degli asterismi sulla pietra di Rupinpiccolo sarebbe dunque di almeno qualche secolo precedente, concludono gli autori dello studio. E dimostrerebbe l’esistenza di una sorprendente curiosità per l’astronomia già nell’Europa protostorica.

Autore: Marco Malaspina

Fonte: www.media.unaf.it 22 dic 2023

Per saperne di più:
Leggi su Astronomische Nachrichten l’articolo “Possible stellar asterisms carved on a protohistoric stone”, di Paolo Molaro e Federico Bernardini

 

 

 

 

 

Periodo Storico: Protostoria
Localizzazione Geografica
Visualizzazione delle schede relative a contesti archeologici visibili nell'arco di 5 km dalla località di partenza