All’interno della chiesa, già di pertinenza del monastero benedettino femminile di Aquileia, esiste un mosaico altomedievale (sempre visibile) (vedi descrizione qui sotto).
Scavi effettuati negli anni ’90 del secolo scorso hanno messo in luce una fornace e resti delle banchine, originariamente in legno, dell’antica sponda fluviale.
Murata all’esterno nella parete destra è una lastra in calcare con iscrizione, rinvenuta nel 1787 mentre si scavavano le fondamenta delle mura dell’edificio, che assunse la forma attuale nel 1828 e fu consacrato nel 1833.
Probabilmente fu murata in questo periodo anche se, in una foto degli inizi del Novecento, si vede la facciata della chiesa totalmente intonacata. Nel 1943 l’edificio subì dei restauri ed è, forse, allora che l’epigrafe venne resa visibile visto che negli anni ‘90 del Novecento, quando la chiesa venne di nuovo risistemata e aperta definitivamente al culto, la lapide era già esposta. La lastra è integra tranne l’angolo destro in basso che è stato completato con malta. L’iscrizione nomina T. Canius che ricoprì la carica di seviro. Si data al I sec. d.C..
Un piccolo Antiquarium contiene reperti d’epoca romana, visibile su richiesta.
L’area di scavo, sotto la chiesa, è in fase di sistemazione per renderla fruibile al pubblico.

Info:
piazza Marconi; orario: 9-18; tel. 0431 32039.

Bibliografia, per la lastra murata all’esterno:
– C.I.L. V 978.
– G.B. BRUSIN, Inscriptiones Aquileiae, a cura di M. Buora, III. Udine 1993 (Pubblicazioni della Deputazione di storia patria per il Friuli, 20), p. 275 n. 588.
– A. GARGIULO, Reimpiego del materiale lapideo romano nella provincia di Udine, Tesi di laurea, Università degli studi di Udine.
L’arte svelata di Cervignano tra storia e architettura, a cura di Antonio ROSSETTI, Michele TOMASELLI e Orsola VENTURINI e con le foto di Igino DURISOTTI, 2017, p. 32.
www.ubi-erat-lupa.org

Foto dal sito:
www.ubi-erat-lupa.org

Autore: Alessandra Gargiulo

Vedi anche: Gabriele CAIAZZA, Documenti storici sulla abbazia di San Michele di Cervignano

Vedi: Il mosaico della chiesa di San Michele.
Questo pavimento musivo, databile fine VIII inizi IX secolo, considerevole per grandezza e stato di conservazione, è un raro esempio di quell’arte altomedievale che si è sviluppata durante la dominazione longobarda nei territori della cosi detta Langobardia Major, di cui il Friuli ne faceva parte (568-774; 776 per il Friuli). Raro, perchè sono pochissimi i pavimenti musivi di quell’epoca arrivati fino a noi e in buon stato di conservazione.
Scoperto casualmente nel dicembre del 1915, mentre stavano allestendo un baraccamento militare, sappiamo dal Molaro, testimone oculare, che doveva essere più ampio: copriva un’area di ca. 20 mq, compresa una striscia inglobata, in seguito ad un ampliamento, nella nuova aula a Nord-Est nel 1943. Sempre il Molaro dice che era in cattivo stato di conservazione: rimaneva leggibile solo una parte di ornato nell’angolo a ds, al cui centro vi era un’aquila con il petto e tessere dorate. Aquila di cui non sappiamo più nulla dai tempi della scoperta. Rimane un fotografia in bianco e nero rinvenuta al Museo Nazionale di Aquileia dalla quale Rossetti e l’architetto Puntin hanno fatto un’ipotesi ricostruttiva: un’aquila a tessere scure su fondo chiaro delimitata da una cornice circolare, anche questa a tessere scure e inserita in un ottagono. Su questa zona più elevata, Rossetti ha suggerito l’ipotesi di una zona battesimale forse anche adiacente la chiesa, cioè un “pubblico Baptisterio” come in uso in molte chiese del periodo, oppure all’interno. Ottagono = 8° giorno della creazione come rinascita di Cristo, Aquila = Spirito Santo.
Questo mosaico, almeno finora, è il solo resto archeologico pervenutoci dell’antichissima abbazia benedettina denominata monasterii Sancti Michhaelis Archangeli nel famoso e più asntico documento conosciuto, in cui per la prima volta si fa esplicito riferimento a Cervignano (Cerveniana), ossia il diploma di re Berengario del 912 in cui vengono riconfermati all’abate Abbone tutti i beni e i privilegi che l’abbazia possedeva, prima che i docoumenti andassero bruciati dall’incursione degli Ungari (detti Pagani). Sappiamo inoltre che fu coeva ad altre fondazioni monastiche: Sesto al Reghena, Salt di Povoletto, San Giovanni al Timavo, probabilmente fondata tra VII-VIII sec. ed estinta nella prima metà dell’XI (tra il 1028 e il 1036).
L’area in cui ci troviamo e dove sorgeva l’antica abbazia era un’isola circondata da un canale (conosciuto dagli abitanti come “Boba”) che entrava dal Lung’Ausa, passava davanti alla piazza della Pesa Pubblica (oggi Marconi), curvava davanti alla casa Lovisoni e seguiva via Mercato, rientrando all’altezza della casa di riposo per immettersi nell’antico percorso dell’Ausa ora rettificato. Di fronte vi era l’abitato laico detto Castrum (1036) e poi Centa (1344), di forma quadrilatera fortificato, con fossato e circondato dall’attuale percorso stradale piazza Marconi – piazza Unità . largo Oberdan – piazza Libertà – via XX Settembre: con due chiese, la taverna, due mulini con case anche a più piani (come ha rilevato Rossetti nel suo libro Cervignano ed il suo antico territorio nel Medioevo, 1984).
Il dott. Antonio Rossetti, in una prima ricostruzione topografica dell’area di piazza Marconi dal 1984 e più recentemente in una conferenza pubblica del 2008, ha dimostrato dove con ogni probabilità sorgesse la chiesa abbaziale. Stando appunto al ritrovaento del mosaico, alla consuetudine edilizia dei primi monasteri benedettini e a due documenti degli anni 1036-1081, la Chiesa abbaziale, non tanto piccola, probabilmente a tre navate, come in uso in chiese con le stesse funzioni, era parallela all’attuale chiesa madre di San Michele (costruzione anni ’80 del XVIII sec.): con orientamento invertito, cioè con l’abside rivolta a sud-est, e la facciata verso il fiume Ausa che le scorreva davanti nell’ansa ora interrata. Il chiostro dell’abbazia e gli altri edifici si trovavano nell’area ora occupata dall’attuale chiesa e dalla caserma dei carabinieri, stando anche alle fondazioni di grandi muri scoperte fra la chiesa e la casa Lovisoni e fra l’ingresso dell’attuale chiesa e la caserma. Inoltre, tutto il comprensorio doveva essere fortificato, specie dopo l’incursione unghera. E anche per il campanile, databile al X-XI sec., si può pensare che avesse un’origine legata al monastero con funzioni di torre difensiva e di avvistamento su un vasto territorio di proprietà dell’abbazia.
Nel 1028 l’imperatore Corrado donò al patriarca Poppo tutta la bassa friulana compresa tra il Livenza e l’Isonzo e nel 1036 Poppo fondò il monastero benedettino femminile di Santa Maria di Aquileia, dotandolo di diverse proprietà tra cui spiccava per vastità e valore tutto il territorio già appartenuto al monastero di San Michele di Cervignano. Dalla dettagliata descrizione del documento del 1081, contratto per 29 anni dalla badessa Friderunda con 70 uomini liberi di Cervignano, Muscoli, Terzo e San Martino, sappiamo che l’abbazia era dotata di un vasto territorio compatto nato con il monastero e rimasto tale per tutto il Medioevo.
Il nostro mosaico è una sintesi d’arte altomedievale, arte in cui si unirono tendenze formali e culturali diverse dovuta ad apporti tardo-antico o paleocristiani.
Con l’arrivo dei Longobardi nella nostra penisola, questo panorama artistico venne accresciuto dalla componente “barbarica”, intesa come straniera, la cui cultura artistica porta gli stilemi dell’arte di terre ove essi hano soggiornato e culture e riti con cui sono venuti a contatto (Sciti, Vichinghi, Celti, ma anche con l’arte bizantina). La loro permanenza nella nostra penisola per più di due secoli portò le loro originarie pratiche rituali, di tipo religioso-guerriere, a una contaminazione con il paganesimo romano, assorbendo anche i primi simboli religiosi di fede cristiana. Quindi i simboli religiosi e le figure totemiche della tradizione celtica sopravvissero, trasformandosi ed assumendo nuove interpretazioni. Così com’era successo tra l’arte classica e quella paleocristiana.
Il nostro mosaico sintetizza perfettamente tutto ciò: presenta un disegno prevalentemente in tessere nere su fondo bianco e inserimenti di tessere rosse. E’ suddiviso in riquadri separati da elaborati intrecci, di derivazione islamica ma elaborati da complicate volute che sono un elemento caratteristico della decorazione in epoca longobarda e che sono più evidenti nella scultura e soprattutto nella toreutica (arte di lavorare i metalli) in cui i Longobardi erano veri maestri.
La zona meglio conservata presenta un riquadro con inscritte due corone concentriche; appoggiate alla corona esterna troviamo tre colombe, di cui una tiene nel becco una foglia a tessere rosse incorniciata da tessere nere; quella opposta, in realtà non visibile, è probabile che per simmetria sia uguale e quindi dovrebbero essere 4. All’interno della prima corona, una linea sinuosa racchiude foglie di vite alternate a grappoli d’uva, stilizzati in forma di cuore a fondo nero con inserti bianchi, alternate da altre a fondo bianco con inserti neri. La corona più interna racchiude invece una cornice circolare a matassa con inserti di tessere rosse negli spazi lasciati liberi dagli intrecci. Questo elemento era in uso già nei pavimenti musivi di epoca romana del I sec. d.C. e ripreso diffusamente in età longobarda anche nella scultura. Al centro è raffigurata una palmetta a tessere rosse con sette fronte; la base è decorata da due ricci che trovano continuazione nel cerchio interno. Anche questo è un elemento decorativo antico, presente sui vasi fitti a figure rosse del V sec. a.C. in area greca e come decorazione parietale anche in quella minoica. Qui è ripreso con accezione religiosa come albero della vita, rosso come il sangue versato dal Cristo per la nostra salvezza. In alto a ds un medaglione racchiude dei gigli stilizzati.
Alla fine degli anni ’70 e inizio ’80 del ‘900 sono stati effettuati consistenti lavori di restauro che hanno ricostruito le parti mancanti del mosaico (compresa la lettera M. con l’abbreviazione) fissandole con materiale cementizio.
Nel 2008 un nuovo restauro, fatto dal Comune di Cervignano, mise in evidenza i danni causati dalle reazioni chimiche delle malte cementizie delk restauro precedente, che avevano causato un ulteriore danno alla superficie musiva. E anche questa copertura nonm è molto consona, perchè oltre a non rendere ben visibile il mosaico crea un microclima che a sua volta favorisce la crescita di vegetazione, muschi ed effervescenze saline.
Autore: Maria Luisa Cucut
Fonte: 89° congresso della SFF a Cervignano del Friuli 30/09/2012

Vedi anche un’ampia disanima sull’argomento, in Cervignano Nostra – Rivista di Storia, Arte, Cultura del Territorio, a cura dell’Associazione Cervignano Nostra – N. 4, Maggio 2012, curata da Antonio Rossetti, pp. 3-31.

Periodo Storico: Età Romana
Localizzazione Geografica
Visualizzazione delle schede relative a contesti archeologici visibili nell'arco di 5 km dalla località di partenza