Trattasi dell’antica parrocchiale dedicata all’Arcangelo Michele, situata fuori dell’abitato, accanto al cimitero.
Nel 1994 vennero scoperte ampie tracce di affreschi medievali sulle pareti lterali dell’aula e sulle spallette dell’arco santo. Il recupero si concluse nel 1997.
Per trovare la citazione della chiesa organizzata come pieve si deve attendere il 14 aprile 1297, anno in cui viene citato, in un atto stilato a Pordenone, pre’ Odorico discretus vir plebanus Pisecane.
La scoperta confermava l’antichità ed il prestigio della chiesa nei secoli basso medievali, contribuendo a ricostruire una vicenda che nel tempo aveva arricchito l’edificio di testimonianze d’arte, in parte disperse o perdute.
La messa in luce, in zone circoscritte, di un palinsesto di due strati, ha consentito anche di provare come, tra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento, fossero eseguiti nuovi affreschi sopra lo strato medievale.
Nel XVI secolo vennero eseguiti gli affreschi ancora visibili all’esterno della parete sud con San Cristoforo raffigurato col Bimbo sulle spalle entro agile edicola architettonica.
La chiesa venne aumentata in altezza e si costruì una nuova abside inglobando lo spazio della sagrestia e si dotò l’edificio di nuovi altari.
Gli affreschi ritornati in luce si estendono all’incirca su metà delle pareti dell’aula (verso l’abside) e sulle spallette dell’arco santo, quasi interamente demolito dall’ampliamento della zona absidale nel XVIII secolo.
È probabile che l’interno della chiesa medievale fosse interamente decorato e che gli affreschi si estendessero fino alla controfacciata occupando in altezza le pareti fino alla base del tetto a capriate.
La chiesa medievale aveva dimensioni cospicue anche in altezza: gli affreschi si distribuivano su tre registri, a partire dalla base del tetto come attesta la snella monofora messa in luce dai restauri sotto al cornicione dal quale inizia l’ampliamento settecentesco dell’aula con copertura a volte.
Le pitture raffiguravano episodi dell’Infanzia e Passione di Cristo iniziando, secondo la tradizione, dall’Annunciazione dipinta sull’arco santo: le scene superstiti non si susseguono in ordine cronologico.
Minuscoli lacerti ritornati in luce sulla parete nord a fianco dell’attuale cappella della Madonna del Rosario recanti figure di diavoli e di dannati ignudi facevano parte di un Inferno, forse all’interno di un più ampio Giudizio Finale che doveva chiudere il ciclo.
Ritornando alla parete nord: la zona superstite della fascia centrale era in origine interamente occupata dalla raffigurazione dell’Ultima Cena. Doveva trattarsi di una scena imponente (estesa alla vicina spalletta dell’arco santo) giunta a noi decurtata in basso dalla apertura della porta di accesso all’attuale sagrestia e abrasa per metà della parte sinistra da un vano rettangolare ricavato per consentire l’accesso al pulpito. Si riconosce, dai lacerti del nimbo crociato, la figura centrale di Gesù attorno alla quale si disponevano i dodici apostoli. Sono leggibili solo i sei alla sinistra del Redentore (quattro sulla parete e due dipinti nella spalletta dell’arco santo).
La teoria degli apostoli si snodava dietro al tavolo, coperto da una bianca tovaglia ricadente con fitte pieghe verso il basso, sul quale sono ancora leggibili, con evidente significato eucaristico, alcuni pani. Gli Apostoli e il Cristo erano dipinti frontalmente e la composizione nella sua nitida semplicità doveva esercitare sul fedele un’impressione di ieratica sacralità.
Gli studiosi che se ne sono occupati ne hanno proposto una datazione oscillante tra gli ultimi decenni del XII e la prima metà del XIII secolo.
I documenti storici già ricordati non escludono che l’edificio (benché non esplicitamente citato) fosse già stato eretto e rivestisse una certa rilevanza alla fine del XII secolo. Fino a metà del Duecento (1248) il territorio rientrava nel dominio feudale dell’abbazia di Sesto al Reghena, vertice di un vasto dominio territoriale.
Successivamente a questa data il potere sulla località venne esercitato dai signori di Cusano e di Ragogna.
È indubbio che l’esecuzione degli affreschi si debba datare prima della cessazione del dominio della potente abbazia sul territorio della chiesa, ma le pitture superstiti non contengono indizi tali da ricondurne la committenza agli abati di Sesto. Il donatore, raffigurato ai piedi del Crocifisso riccamente abbigliato con serica veste decorata a clipei, non ha l’aspetto di un ecclesiastico. Se poi poniamo a confronto
il ciclo di San Michele Arcangelo con le testimonianze di pittura di età romanica (XII e XIII secolo) conservate nel complesso abbaziale non riscontriamo tra di loro somiglianze o affinità stilistiche, se si eccettua una superficiale consonanza con la rude gamma cromatica degli affreschi duecenteschi originariamente eseguiti sulla facciata del palazzo abbaziale (oggi inglobati nel Municipio).
Collocandosi tra la fine del XII e primi del XIII secolo il ciclo costituisce una delle più antiche e importanti testimonianze della originale produzione pittorica delle terre patriarcali che vede dalla seconda metà del secolo XII il formarsi di una vera e propria Scuola pittorica che avrà la sua fioritura nel XIII secolo con caratteristiche autonome a somiglianza di quanto si andava verificando in altre zone d’Italia.
Come si è sopra accennato, dai restauri sono emerse tracce frammentarie di affreschi sovrapposte ai dipinti medievali, localizzate nella parte superiore dell’arco santo (in corrispondenza della Annunciazione medievale) e sulla parete nord, accanto al vano che ospita l’altare della Madonna del Rosario...

Leggi tutto: Gli-affreschi-medievali-della-pieve-di-San-Michele-arcangelo-di-pescincanna di Paolo Casadio

 

Periodo Storico: Basso Medioevo
Localizzazione Geografica
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