lestizza

In prossimità della biforcazione della strada che da Santa Maria porta a Carpeneto e Pozzuolo, su terreno arativo, per una superficie di ca. 15.000 mq, sono visibili materiali fittili e ciottoli in grande quantità, corrispondenti ad un complesso abitativo di notevole importanza, oggetto di alcuni saggi di scavo da parte del proprietario don Nazzi negli anni ’50 e segnalato dal Tagliaferri nel 1984.
In base alle testimonianze orali, è noto inoltre il rinvenimento in passato di un’anfora che, restaurata, è ora conservata presso privati.
Nel corso dell’ultimo decennio, a seguito di numerose ricognizioni di superficie, il sig. Pol Bodetto ha potuto raccogliere un considerevole numero di reperti, il cui studio ci consente ora di valutare appieno l’importanza che quest’area dovette rivestire per un lungo periodo di tempo, dal II secolo a.C. al periodo tardoantico.
Tra i materiali più significativi per una definizione tipologica della struttura (o delle strutture), vanno ricordati alcuni elementi in pietra grigia lavorata, numerose tessere musive, alcune suspensurae, frammenti di mattoni a semicerchio usati per pozzi ed ancora parallelepipedi in cotto per opus spicatum.
Dal sito provengono numerose tegole contrassegnate da marchi di fabbrica, conservate in parte presso i Civici Musei di Udine ed il Museo di Cividale ed in parte depositate temporaneamente presso il Municipio di Lestizza.
Quattro frammenti riportano un nome femminile, Attia Mulsula T(iti) f(ilia), che, con ogni probabilità, deve essere messo in relazione con quello di T. Attius Paetus, altro produttore di laterizi della gens Attia, di cui conosciamo il nome dai contrassegni marchiati su alcune tegole e mattoni rinvenuti in Friuli. Dal momento che i due bolli sembrano succedersi a breve distanza cronologica, si è portati a pensare che Attia Mulsula sia figlia di Titus Paetus e che sia subentrata al padre nell’attività produttiva, incrementandola significativamente in termini quantitativi e qualitativi”‘. II bollo, inquadrabile cronologicamente intorno ai primi decenni del I secolo d.C., è attestato, oltre che nei vicini territori di Basiliano, Castions di Strada e Pozzuolo, anche in numerosi siti del Comune di Rivignano, a Udine ed Aquileia. A Lestizza è documentato infine nella necropoli di via Monte Nero a Sclaunicco.
Per quanto riguarda il frammento LaB5, vi sono alcune difficoltà nell’integrazione del marchio, che deve comunque essere riferito alla famiglia dei Petronii e come tale datato nel 1 secolo a.C.
Nel complesso, le 18 emissioni monetali note provenienti dall’area studiata forniscono un quadro di sostanziale omogeneità nella distribuzione cronologica, con una attestazione riferibile alla metà del I secolo a.C. e tre ad Augusto; tre sono coniate da Claudio (metà I d.C.) e tre tra il I ed il II d.C.. Un antoniniano documenta il III secolo, mentre più consistente è il materiale numismatico rappresentativo del IV d.C., con sei monete, perlopiù di età costantiniana.
Tra i reperti in piombo raccolti nel corso degli anni, merita una particolare attenzione il peso P3, piuttosto raro per tipologia e tecnica di esecuzione. Si tratta infatti di una testina realizzata con l’impiego di tipi diversi di metalli: l’involucro esterno è costituito da una lamina bronzea e rappresenta un volto maschile; l’interno è stato riempito grazie ad una colata di piombo fuso, che, fuoriuscendo nella parte superiore, ha determinato la creazione di una specie di copricapo piuttosto voluminoso. Sui lati del copricapo sono visibili due fori utilizzati per il fissaggio dell’anello di sospensione, mancante.
Secondo il Candussio, autore del rinvenimento e di una pubblicazione a riguardo, il peso sarebbe attribuibile, per le caratteristiche stilistiche, alla cultura celtica, ancora viva in alcune aree in epoca augustea: in particolare, gli occhi sporgenti e senza pupilla ed il naso prominente, privo di narici, ricondurrebbero a questa matrice, come pure la resa dell’orecchio “a fagiolo” e gli zigomi arrotondati.
La gemma trovata da A. Candussio negli anni ’80, sebbene non integra, rappresenta sicuramente uno dei pezzi più importanti provenienti dall’area del Bosco di Santa Maria di Sclaunicco. È realizzata in calcedonio-corniola, materiale largamente utilizzato nella gioielleria antica, soprattutto nella glittica ad intaglio, almeno a partire dal VI millennio prima di Cristo` e particolarmente apprezzato, oltre che per la sua calda tonalità cromatica, per la grana finissima che ne consentiva una agevole lavorazione.
L’esemplare studiato, di varietà traslucida, presenta la tipica colorazione rosso arancione, dovuta ad un pigmento ferrino suddiviso e distribuito in modo uniforme; il calcedonio era conosciuto in epoca romana come “sarda”, termine che comprendeva sia la corniola che la sarda attuale, secondo quanto ricordato da Plinio (Naturalis Historia XXXVII,31).
A partire dalla seconda metà del 1 secolo a.C., la produzione glittica romana, pur risentendo di influssi della tradizione italica, acquisisce nuovi stimoli dai contatti con l’oriente ellenistico; ciò comporta un rinnovamento del repertorio figurativo, che attinge dal patrimonio dell’arte colta ufficiale. Nella sintesi che ne deriva e che trova il suo culmine nell’età augustea, i motivi con scene bucoliche sembrano rappresentare al meglio questo processo di rielaborazione, evidenziando una resa ancora legata ai modi italici di soggetti tardo-ellenistici: sono molto diffusi in questa fase soggetti raffiguranti pastori che suonano la zampogna, talora seduti su un masso o seguiti da animali, ma non mancano immagini di divinità, scene di vita quotidiana e personificazioni.
Con il passare del tempo, le due componenti si integrano completamente, dando vita ad un filone classicistico, inizialmente più elegante ed aulico, e l’uso delle pietre incise si estende anche alle classi popolari, determinando una trasformazione nella produzione, che diventa di massa, con un conseguente scadimento della qualità ed un maggiore utilizzo delle paste vitree. Il motivo intagliato perde di fatto la sua funzione originaria di sigillo e diventa semplice motivo ornamentale”, il cui stile è in genere piuttosto sommario ed anonimo, tanto che spesso diventa difficile datare alcuni esemplari al I secolo o piuttosto a quelli successivi.
Alla luce di quanto detto, non essendo stati trovati confronti precisi per la corniola esaminata, si è propensi a collocarla cronologicamente nei primi due secoli d.C., sulla base di esemplari con scene raffiguranti motivi similari (satiri seduti che suonano la lira o Pan con un caprone vicino ad un’ara)”.
La misura del reperto sembra peraltro rientrare nella produzione corrente di età imperiale, periodo in cui si impone la forma ad ovale non troppo ristretto per le gemme da incastonare in anelli sempre più piccole rispetto a quelle usate nei pendagli ed in altri tipi di ornamenti. Il carattere bucolico della composizione, che appare armonicamente distribuita nel campo della gemma, è rilevato dalla presenza di alcuni motivi di paesaggio (la roccia e l’albero), nonché dalla disposizione delle figure su due piani.

Fonte: ‘Presenze Romane‘ a cura di T. Cividini ed altri

Dall’area proviene anche un bronzetto raffigurante un gallo ed è conservato presso il Museo Civico di Udine, inv. n. 221.702. Presenta una decorazione piuttosto accurata nella resa delle piume e dei bargigli; la coda è sottolineata da linee parallele incise, mentre le ali sono aderenti al corpo. Mancano le zampette che, in base a confronti, dovevano poggiare su una placchetta di supporto. L’altezza è di 3,4 cm, la larghezza di poco inferiore ai 4 cm.
(cfr. AA.VV., Roma sul Danubio. Da Aquileia a Carnuntum lungo la via dell’ambra, a cura di Buora M., Jobst. W., Cataloghi e monografie archeologiche dei Civici Musei di Udine – 6, L’Erma di Bretschneider, Roma 2002, p. 217-218, n. 5).
Vedi: LESTIZZA Storia di un borgo rurale, a cura di a cura di Maria Elodia Palumbo, pag. 36.

Periodo Storico: Età Romana
Localizzazione Geografica
Visualizzazione delle schede relative a contesti archeologici visibili nell'arco di 5 km dalla località di partenza